| Samuel Ruiz Garcia | ||||
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sabato, 29 maggio 2004 Samuel Ruiz Garcia , Monsignore di "sotto" ![]() L'azione rivoluzionaria degli Indios di questa regione è frutto di una lunga sofferenza, patimenti e frustrazioni.
Queste popolazioni originarie hanno occupato negli ultimi cinquecento anni i gradini più bassi della nostra società.
Comprendiamo che psicologicamente gli indios possano non vedere altre vie di uscita.
E' questo che li ha portati a dichiarare guerra all'esercito messicano.
Mons. Samuel Ruiz Garcia
Di che cosa dobbiamo chiedere perdono?
…“Di che cosa dobbiamo chiedere perdono? Di che cosa ci devono perdonare? Di non morire di fame? Di non tacere la nostra miseria? Di non avere accettato umilmente il gigantesco carico storico di disprezzo e abbandono? Di esserci sollevati con le armi quando ci erano state chiuse tutte le altre vie?…Di avere dimostrato al resto del Paese e al mondo intero che la dignità umana è ancora viva ed esiste nei suoi abitanti più poveri?… Di essere in maggioranza indios? … Di lottare per la libertà, la democrazia e la giustizia?… Di non arrenderci? Di non venderci? Di non tradirci? Chi deve chiedere perdono e chi può concederlo?”… Sub- comandante Marcos, Selva Lacandona, Chiapas, Agosto 1992 , NO NOS DEJARON OTRO CAMINO
"Nessuno sapeva che esistesse e dove fosse il Chiapas prima del 1994.
«In un mondo - scrivono Mons. Ruiz e Mons. Vera - pieno di ingiustizie e menzogne, di offese alla dignità umana e di omicidi, d’impoverimento e mancanza di libertà, com’è quello in cui viviamo in modo speciale nel Chiapas, la costruzione del Regno di Dio implica una trasformazione delle attuali condizioni sociali, politiche, economiche e culturali. Ma anche, e soprattutto, esige la trasformazione del cuore di ogni persona, di ogni famiglia, di ogni villaggio e di tutto il nostro Paese». I due vescovi della diocesi di San Cristóbal de La Casas così concludono il loro messaggio per la preparazione al Giubileo: «Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13). A questo siamo chiamati: a trasformare il nostro ambiente, la nostra società. Come il sale, anche se piccolo e umile, così noi cristiani, con la nostra testimonianza umile, onesta e con la nostra parola, siamo chiamati a trasformare atteggiamenti di odio in perdono, la divisione in cammino verso l’unità, la disperazione in apertura e speranza, i conflitti in sfide per l’azione, la morte in vita, la stanchezza in animo rinnovato».
Il Chiapas: una speranza minacciata Per la prima volta scoprivo questa zona del mondo della quale tanto si parla, invitato dalla Commissione civile internazionale per l'osservanza dei diritti dell'uomo. Eravamo 200, venuti soprattutto dall'Europa, con una maggioranza di spagnoli. In gran parte erano giovani impegnati nel campo dei Diritti umani, molto motivati dall'esperienza zapatista del Chiapas. Per lo più sono fuori e lontani dalle Chiese, ma sanno riconoscere la dignità popolare della Chiesa di San Cristobal e del suo Pastore: Mons. Samuel Ruiz, scampato recentemente a due attentati.La nostra presenza, in quanto stranieri, è stata male intesa da parte delle autorità messicane e dei mezzi di informazione, che denunciarono questa ingerenza negli affari interni del paese. Il timore xenofobo delle autorità ci ha almeno permesso di essere ogni giorno agli onori della stampa! Come può accadere che il Chiapas susciti tanta eco in tutto il mondo? Perché questo piccolo paese - che potrebbe essere un paradiso se conoscesse la pace - fa nascere tali speranze in questa fine di secolo? È forse per la personalità emblematica del subcomandante Marcos, che è a un tempo poeta e stratega? È a causa della bellezza del paese e di San Cristobal de las Casas, capitale culturale, tanto apprezzata dai turisti? Tutte queste ragioni hanno la loro importanza, ma quella decisiva mi sembra essere posta altrova. Il Chiapas è diventato l'unico luogo al mondo dove esiste un modo di vivere e di organizzarsi tanto singolare. Ecco una rivoluzione indigena che non vuole prendere il potere, bensì costruirlo. Spetta alla società civile prendere il potere. Si tratta di un'altra democrazia, non rappresentativa ma collegiale. E vi è una armonia tanto bella fra tradizione e modernità! Su degli striscioni ho potuto leggere le parole del subcomandante Marcos che danno significato a questa rivoluzione: "Noi siamo la dignità ribelle il cuore dimenticato della patria. La dignità ribelle del FZLN (*) non si arrende né si vende". Questa esperienza retta da tante speranze fin dal 1994 è gravemente compromessa. Il massacro di Natale, perpetrato da paramilitari, ha fatto 45 morti, in gran parte donne e bambini, e 34 feriti. Un sacerdote francese, Michel Chanteau, da 32 anni curato nel villaggio di Chenalho dove si è svolta la tragedia, ebbe il coraggio di denunciare la responsabilità del governo in questo massacro. Quanto bastava perché fosse immediatamente espulso dal Messico. Avevo trascorso la mia ultima sera con lui e qualche amico a San Cristobal. Egli sapeva di essere minacciato di morte, ma il suo desiderio era quello di rimanere vicino agli Indios, come un buon pastore, qualsiasi fossero i rischi. La sua espulsione darà ad altri il desiderio di venire o di ritornare in questo paese tanto avvincente, perché la speranza non sia uccisa. (*) Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale PARTENIA Lettera di Jacques Gaillot del 1. aprile 1998 Chiapas, dolore e speranze Quando i "senza volto" indigeni dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), apparso in armi il 1&oord gennaio 1994, avviano il primo ciclo di negoziati con il Messico, annunciano così, chiaramente, il senso della loro lotta. Nel 1996, al termine di lunghi sforzi e con il contributo della società civile che hanno ridestato, gli zapatisti sembravano giunti alla conclusione della loro faticosissima traversata della storia; il 16 febbraio, hanno firmato con il governo gli accordi di San Andrés, redatti con la partecipazione di esperti di questioni indigene nazionali e internazionali. Purtroppo però il progetto di legge di modifica costituzionale, proposto il 29 novembre dalla Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), è respinto dal potere, che si richiama alla sovranità nazionale ed evoca rischi di balcanizzazione. Eppure l'autonomia, come la concepiscono e tentano di attuarla gli zapatisti, non è in alcun modo sinonimo di secessione o di separatismo. A San André erano state istituite salvaguardie per impedire l'indebolimento delle garanzie costituzionali, in particolare in materia di diritti umani e di dignità delle donne. Il costo politico di una soluzione militare sarebbe troppo elevato per il presidente Zedillo; tanto più che un nuovo scontro armato, sia pure limitato, rischierebbe di provocare il panico sui mercati finanziari. Scommettendo sul tempo e sull'oblio, combinando programmi di assistenza con piani anti-sommossa, il potere punta sull'erosione progressiva delle forze zapatiste, attraverso un accerchiamento silenzioso e mortale. Militarizzazione, proliferazione dei gruppi civili militari armati, vessazioni, violenze Dall'interruzione dei negoziati di due anni fa, più di un centinaio di morti senza nome ne hanno pagato il prezzo. E' in questo contesto che alcune settimane prima di ricevere il Premio Nobel per la letteratura nel 1998 lo scrittore portoghese José Saramago si è recato nel Chiapas, accompagnato dal fotografo brasiliano Sebastiïo Salgado, per incontrarvi il subcomandante Marcos e testimoniare agli occhi del mondo delle sofferenze degli indios nel Messico meridionale. Da allora, il presidente Ernesto Zedillo ha fatto pressioni per un dialogo diretto, rifiutato dall'Ezln. Scottati, gli insorti preferiscono cercare una soluzione rivolgendosi alla società civile, della quale hanno incontrato tremila rappresentanti alla fine del novembre 1998. E hanno fatto appello a una consultazione nazionale il 21 marzo, invitando il popolo messicano a pronunciarsi sul tema dell'inserimento della legge indigena nella Costituzione. Un modo per rilanciare il dibattito, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali M.L. Di José Saramago Premio Nobel 1998 per la letteratura
TRA LOTTE E SPERANZE. INTERVISTA A MONS. SAMUEL RUIZ, VESCOVO DI CHIAPAS Francesco Esposito Il primo gennaio 1994 entrava in vigore il NAFTA, trattato fra Canada, Messico e USA, le cui tremende conseguenze sui diseredati del Messico erano dai governi, con indifferenza, considerate programmaticamente inevitabili. Il primo gennaio 1994, nel nome di Zapata l’Incorruttibile, gli indigeni del Chiapas, svelando al mondo l’ipocrisia dell’Occidente dall’anima saccheggiatrice e genocida, si decidevano col loro esercito straordinario e pezzente a diventare visibili, non soltanto come miserabili bisognosi di compassione e di aiuto. L’intervista qui riportata [riassunta redazionalmente, n.d.r.] è del marzo 1994, quando il ruolo di mediatore ufficiale di don Samuel - vescovo di S. Cristobal - nel conflitto apertosi nel Chiapas era l’aspetto che richiamava l’attenzione generale. E il desiderio di decine di giornalisti americani ed europei era quello di far parlare don Samuel di sé. Un don Samuel meno ufficiale da gettare in pasto ad un’opinione pubblica pronta a farsi distrarre da una curiosità onnivora, dove l’essenziale si disfa impoltigliandosi nel circuito, intimamente pronto a divenire vizioso, di una stampa dai modi troppo spesso poco trasparenti. Per parte mia, volevo partecipare di questo sintomo straordinario esploso ai confini dell’impero e vedere se le antiche visioni del Sud, segnate fino alle radici dalla sconfitta, stessero rientrando, sconvolgendola, nella dimensione dell’economia-politica, rigenerandosi e rigenerandola in una nuova cosmogonia capace di prendere generosamente in cura un Nord insaziabilmente bisognoso, afflitto dalla miseria più sofferente e distruttiva che la storia abbia mai conosciuto. E avevo scelto, quindi, di fare a don Samuel domande lontane dagli elementi più contingenti della politica. Dopo 15 giorni di attesa, ero riuscito a entrare in una di quelle sue intensissime giornate per la sera alle 7, tra una riunione e la cena. Don Gonzalo, il suo vicario, con il quale avevo concordato l’appuntamento, mi aveva offerto per l’intervista telecamera e operatore e io, felice per l’inaspettata possibilità e senza il mio registratore, mi presento all’appuntamento. Nessun operatore. Nessuna telecamera. Arriveranno, penso. E intanto, dopo le presentazioni, accenno alla prima domanda: "Quali sono gli aspetti decisivi della sua esperienza e formazione intellettuale...?". Samuel mi fulmina, facendomi disgraziato e dice che non se ne parla neanche, che ai lettori non importa niente se lui ha il 44 o il 45 di scarpe e altre tonterie del genere. Va bene, dico. Ho altre domande, ma non ho il registratore. "Come - fa lui - un giornalista senza registratore all’intervista? E’ come uno studente che se ne va a scuola senza penna!". Ha proprio ragione, lo capisco. Poi, superato l’imbarazzo e chiarito che non ero un giornalista curioso, ma solo uno psicanalista del cui arrivo la Diocesi era stata informata dal Centro Missionario di Trento, don Samuel rispose con la chiarezza e la passione più sotto testimoniate a tutte le domande. A cominciare dalla prima. Non senza aver manovrato, congiungendo le nostre competenze, un registratore molto sofisticato saltato fuori al momento giusto. Per finire, vorrei esprimere la mia riconoscenza a don Girolamo Job, per la calda semplicità con cui ha voluto aiutarmi. Un frammento di bellezza che non dimenticherò. (Francesco Esposito) Quali sono gli aspetti decisivi della sua esperienza e formazione intellettuale? Sono nato in un barrio, a Puerto Irapuato, nello Stato del Messico Centrale, in rapporto diretto con la gente marginale; non ho avuto quindi le difficoltà che hanno avuto altri per capire la gente locale. Lì passarono i primi anni della mia infanzia, prima del seminario. La formazione del seminario e quella successiva a Roma, dove mi sono recato per studiare teologia, hanno orientato evidentemente tutto il mio mondo interiore verso la comprensione della Parola di Dio; io studiavo diligentemente perché questa preparazione era in funzione del lavoro accademico in seminario, nel seminario di Leon dove fui insegnante e in seguito rettore. Arrivando qui però mi incontrai con un fattore differente, che non è l’ebreo, il greco o l’aramaico: mi si rivelò veramente nella maniera più chiara quello che il Concilio aveva detto nel momento opportuno, cioè che la Parola di Dio e i fatti storici sono strettamente legati (Dei Verbum, 2 e 3), e che perciò c’è una interrelazione tra la storia concreta, che è storia di salvezza, e la Parola di Dio scritta o normativa; cosicché oggi intendiamo la Parola di Dio integrale come Parola di Dio e fatti storici. Da quel momento in poi per me si rivelò la possibilità di capire la Parola di Dio in un modo molto differente da quello di prima, di capirla attraverso il modo in cui le comunità indigene e campesine la vivono, vibrano con lei e la capiscono. Non intendo dire che siano stati inutilo lo studio ed il lavoro accademico: però il punto di partenza per poter capire in quest’altra situazione la Parola di Dio, diretta al Popolo di Dio, ha chiesto a me e a molti altri un cambiamento significativo. Qui vediamo come il popolo vive, come si sente interpellato dalla Parola di Dio e nello stesso tempo interpella noi quando comprende la profondità di questa Parola. In che consiste l’occidentalizzazione del Vangelo e come pensa sia possibile de-occidentalizzarlo? L’evangelizzazione nel continente latino-americano arrivò identificata con una cultura, la cultura occidentale cristiana. Però nell’arrivare qui si dimenticò che il Vangelo era nato in una cultura orientale, si era inculturato nell’occidente ed arrivava qui importato e imposto come cultura occidentale: di modo che un indigeno, che ha una cultura differente da quella occidentale, doveva dimenticare sé stesso per accettare una cultura esterna a lui e realizzarsi in profondità in una cultura che non è la sua. Questo ha generato nel continente una specie di schizofrenia, di divisione nella psicologia interna, percepita ed espressa da diverse persone che hanno riflettuto su questo con maggior chiarezza. Così mi disse una volta un sacerdote: Io entrai in seminario senza sapere esattamente cosa significasse, perché se avessi saputo di dover abbandonare tutto quanto il mio bagaglio culturale per non sentirmi diverso dagli altri... Quando arrivai all’ordinazione sacerdotale fui poi rinviato al mio popolo e a quel punto non parlavo più la loro lingua, non avevo i loro costumi, mi sentivo il reietto della società. Dovetti poi ricuperare, con il riapprendimento della cultura, una posizione dentro quella società che era la mia, era quella in qui vivevano i miei padri. Questa schizofrenia la possiamo vedere in moltissimi esempi. Posso citare un padre del Panama, di origine Cuna, il quale dopo aver studiato in Europa si rese conto di aver in qualche modo tradito la missione di conoscere Dio attraverso la cultura Cuna e non attraverso quella occidentale. E’ chiaro, ci sono missioni diverse ma la sua era quella di essere Cuna. Dio gli aveva permesso di essere Cuna per scoprire una visione di Dio Cuna, perché nessuna cultura è capace di spiegare fino in fondo cosa è Dio per l’essere umano, nessuna cultura può esaurire la ricchezza e la molteplicità di ciò che Dio è. Così egli cominciò a ripensare alla necessità di ritornare passo per passo ad essere un sacerdote Cuna per riconoscere Dio nella cultura Cuna. Arrivò a questa sensazione assurda, tremenda, in cui si diceva: "Se io devo scegliere tra essere sacerdote ed essere Cuna, scelgo di essere Cuna perché sono nato Cuna e solo dopo sono diventato sacerdote". I valori etico-religiosi di una cultura non sono marginali al Vangelo, nè sono un trampolino per facilitare la conversione, ma sono parte già dell’annuncio, perché sono la rivelazione di Dio a quel gruppo umano. L’evangelizzazione pertanto è il processo di una inculturazione della parola di Dio in ciò che un gruppo umano conosce, con il suo modo di concepire la vita, di esprimere la sua fede (la sua, non la nostra) con i suoi simboli culturali. Questo è il cammino che noi vogliamo fare adesso e siamo in un momento storico importantissimo perché quello che non è successo nei 500 anni, cioè un dialogo tra la religione cristiana che è arrivata e le religioni precolombiane, siamo sul punto di ottenerlo oggi. Nasce oggi un processo attraverso il quale la schizofrenia sta per essere sanata da alcuni indigeni (non tutti) che hanno la forza della loro identità indigena e che vivono la loro religione, riflettono teologicamente su di essa e stanno aprendo la via ad una possibilità di dialogo interreligioso. C’è anche un cammino che stanno percorrendo gli indigeni evangelizzati, i quali cercano di ripensare la loro fede, ricevuta secondo modalità occidentali, secondo i loro meccanismi, i loro dinamismi, quelli tipici della loro cultura. Questo è un momento molto importante che stiamo vivendo in America Latina. Cosa intende per "Chiesa autoctona" nell’America Latina? Quali conseguenze immagina per la Chiesa Cattolica così come noi la conosciamo? C’è una Chiesa che ha una sua consistenza, una sua autonomia e che non ha bisogno di ministri importati, ma che esprime la vitalità del proprio gruppo, ed ha una liturgia, una fede, frutto di una riflessione condotta attraverso i suoi meccanismi e i suoi strumenti. A volte è difficile capire le conseguenze di tutto questo. Il Concilio parla di un arricchimento che ci sarà quando culture che non hanno avuto una relazione profonda con il Vangelo, o che l’hanno avuta, ma la cui riflessione è rimasta nascosta, riusciranno a manifestare i valori del Vangelo incarnato nelle loro tradizioni. Allora ci sarà un arricchimento. Basta immaginare quello che significherà, come dinamismo apostolico, l’evangelizzazione di una cultura andina del Brasile che ha la coscienza di essere destinata ad aiutare la conversione universale: "Tutti devono riconoscere che esiste un Dio che è padre di tutti". Essi guardano con angustia alla cultura occidentale con tutte le sue tremende contraddizioni, con i suoi egoismi e le sue divisioni, e sentono il premio di vedersi chiamati ad annunciare una Parola che loro hanno già vissuto da tempo, cioè che tutti dobbiamo stare uniti intorno al Padre che è il capo della famiglia umana. Questi valori sono anteriori all’evangelizzazione, ma incarnati nell’evangelizzazione daranno un dinamismo apostolico a questo gruppo. Potremmo poi considerare l’arricchimento che porterebbe alla Chiesa, nella quale il Vangelo si è incarnato in una cultura occidentale con tendenze individualiste, il contatto con le comunità indigene che furono abituate ad un modo di vivere comunitario prima dell’arrivo del Vangelo. La vita comunitaria non è un valore arrivato con l’evangelizzazione, c’era già prima. Nei luoghi dove sta avanzando questo processo d’incarnazione del Vangelo, tutti i sacramenti cominciano ad assumere una dimensione comunitaria. Non c’è il battesimo del bambino o il matrimonio individuale, ma tutti i sacramenti si convertono ed assumono il peso della dimensione comunitaria, diventando qualcosa di diverso con un grosso arricchimento per la vita cristiana. Non possiamo dire che non ci siano delle difficoltà, comunque... Per esempio il matrimonio, per il mondo occidentale, consiste nella decisione di una persona di unire permanentemente la propria vita con quella di un’altra. I due, per esprimere il loro sentimento, stabiliscono un contratto e questo contratto si chiama matrimonio, sacramento tra coloro che sono battezzati. Nelle comunità indigene il matrimonio è un processo che si sviluppa attraverso una conoscenza e una relazione che procede tra le due famiglie e tra le due comunità, che camminano assieme fino al momento in cui i due giovani cominciano a vivere assieme; ma c’è una convivenza anteriore rispetto al momento del matrimonio, in cui il fidanzato si reca presso la casa della fidanzata e lì comincia ad imparare che cosa significa tenere insieme una famiglia e allo stesso modo la fidanzata si reca presso la casa dei futuri suoceri per imparare cosa significa il lavoro all’interno di quella famiglia. Sono così sottolineate le differenze e c’è un arricchimento notevole. In alcune zone le comunità sono impegnate nella ricerca, all’interno della propria cultura, dei segni che possono dare alla comunità il senso profondo di ciò che significa sacramento. L’economia di mercato, la produttività e lo sviluppo sembrano essere un punto di passaggio inevitabile. C’è una riflessione su questa questione? Che cosa significa "sviluppo", che cosa significa un’economia che arriva ad uno "sviluppo economico" della società umana? Viviamo adesso - disgraziatamente - dentro un solo sistema economico, senza il contrappeso che un altro sistema sociale ha rappresentato, comunque lo vogliamo chiamare e comunque lo vogliamo giudicare: al capitalismo selvaggio si opponeva un sistema che pure aveva i propri limiti, i propri vizi, che ciascuno può giudicare dal suo punto di vista, ma che era un contrappeso, un freno. Oggi il capitalismo è rimasto solo: ed il frutto del suo funzionamento - e non è che funzioni male, è proprio perché funziona bene - è la concentrazione sempre più grande dei beni nelle mani di un numero sempre minore di persone. Oggi il 75% dei beni sta nelle mani del 25%, mentre solo il 25% è concesso al 75%. Se il sistema funzionerà meglio, il 95% della ricchezza sarà nelle mani del 5% della popolazione mondiale, mentre il restante 95% avrà a disposizione per la propria sopravvivenza solo il 5% dei beni. Prima che si arrivi a questo limite, però, il sistema entrerà in crisi, perché ci sarà "carenza di ricchezza": non ci sarà infatti sufficiente potere acquisitivo da parte di coloro che sono esclusi da questa concentrazione di ricchezza. Prima che succeda questo, probabilmente si svilupperà un processo di rivolta, una sollevazione, a meno che il sistema non abbia dei correttivi che evitino di arrivare a questo limite; ma la tendenza del sistema economico è questa. L’impossibilità di cambiare questo sistema si rivela quando si capisce questo: secondo gli schemi d’analisi consolidati, gli unici che potevano accedere alla ripartizione della ricchezza erano quelli che già stavano dentro il sistema di produzione, cioè gli operai; mentre i lavoratori della terra, i campesinos, non dando un apporto alla produzione, non potevano influire su un sistema produttivo caratterizzato dalla presenza dell’industria. Ma oggi vediamo che il sistema produttivo arriva ad un tale grado di sviluppo che non ha più bisogno di mano d’opera a buon prezzo, perché la produzione può crescere enormemente con l’automazione; quindi non c’è bisogno di una gran quantità di operai e questo dimostra l’impossibilità per la forza-lavoro di influire sul cambiamento del sistema. Però sorgono soggetti nuovi. Sorgono i neri, in cima a tutte le classi sociali come razza oppressa nel Terzo Mondo, portando un dato culturale che non è mai stato considerato; la donna prende coscienza di vivere un’oppressione che non è economica (perché ci sono donne che stanno bene dal punto di vista economico) ma è culturale. Sorgono gli indigeni: nella "manifestazione dei 500 anni" tutti i gruppi indigeni del continente dissero: "Siamo qui" e poi dissero "non solo siamo qui, ma anche esistiamo e non solo esistiamo ma vogliamo il riconoscimento dei nostri diritti, vogliamo avere una parte nei processi di trasformazione sociale. Esistiamo per gli alberi che possediamo e quindi vogliamo partecipare al banchetto comune portando i valori che ci caratterizzano". Risuonò in tutto il continente questo grido, e anche fuori, perché mai si sarebbe pensato che il gradino basso della società, quello che non influisce in maniera diretta sul sistema produttivo, potesse esprimere una presa di posizione così forte. Queste parole sono risuonate e hanno catturato l’attenzione. Non le parole armate, bensì le parole accompagnate da tutto ciò che stava intorno. La situazione concreta ha fatto sì che effettivamente queste parole, data la situazione di sofferenza e di oppressione in cui ci troviamo, avessero un’eco notevole. C’è un risveglio, il sistema economico viene interrogato e nello stesso tempo si trova di fronte anche a degli interrogativi posti dai suoi stessi limiti naturali: si stanno consumando e guastando risorse non rinnovabili, e se non si pone un freno a questo siamo avviati verso un suicidio collettivo; quindi il sistema economico attuale deve interpellarsi e trovare quegli ingredienti nuovi, quei fattori nuovi - come la sensibilizzazione ai diritti umani, la situazione ecologica, il problema della giustizia - che stanno invocando un cambio profondo di questa situazione. Inoltre, ci saranno probabilmente delle sollevazioni violente che scoppieranno se non ci sarà un significativo correttivo alla base del sistema. Altrimenti, del resto, è un dato di fatto che il sistema ha imboccato una via che è una via autodistruttiva. I padroni delle immagini sembrano diventati i padroni di tutto, anche dell’immaginario. Che tipo di terapia è possibile contro questo potere sottile e perfido? Non sono i mezzi di comunicazione come tali ad essere negativi, ma sono i Paesi o i grandi trusts industriali ed economici, che tengono i mezzi di comunicazione al loro servizio, a compiere il male. Esiste una certa autonomia del mezzo espressivo in quanto arte, in quanto strumento di comunicazione: ma dietro alle immagini spesso c’è una manipolazione; il grande capitale fa una selezione delle notizie secondo i suoi interessi. Basta vedere come i mezzi d’informazione si comportano con le parole dei pontefici. Quando c’è qualcosa che interessa fortemente o favorisce il sistema economico, allora le parole vengono amplificate; oppure vengono censurate, quando queste sono in contrasto con certi interessi. Ciò che è stato detto sulla necessità di una trasformazione socio-economica non ha avuto lo stesso tipo di eco di altre parole, che sono state invece manipolate e utilizzate ai fini degli interessi dei Paesi o delle grandi industrie dei Paesi capitalisti. Ci sono anche consorzi che vanno molto al di là del controllo economico di un Paese: grandi società che semplicemente facendo una transazione economica, facendo passare un capitale da un Paese all’altro causano collassi economici, e questo ha evidentemente a che vedere con la manipolazione dell’informazione per interessi determinati. Il problema è complesso perché non sono solo i mezzi di comunicazione in gioco, ma la finalità con cui questi strumenti vengono utilizzati. C’è dunque un problema di controllo. E’ necessario avere consapevolezza di questa situazione e cercare di difendere i diritti umani, soprattutto il diritto ad una informazione che non sia manipolata. Quando vediamo una violazione dei diritti umani e la negazione dell’informazione o una disinformazione, come è nel costume dell’America Latina, allora è necessario levare una protesta generalizzata e anche cercare altri cammini. Tra gli indigeni del continente si sta sviluppando l’idea di fondare un’agenzia d’informazione indigena. Ci sono già succursali, ci sono luoghi di elaborazione e di organizzazione di queste informazioni alternative; hanno deciso di controllare essi stessi l’informazione che li riguarda, cominciando a parlare delle questioni così come le vedono loro. L’agenzia internazionale d’informazione degli stati indigeni è in gestazione. Queste iniziative sono necessarie e devono svilupparsi, in modo che si possa costruire effettivamente una informazione alternativa che organizzi anche l’opinione di tutte le nazioni indigene del Terzo Mondo, in modo da poter sottrarre il controllo dell’informazione a quelle che sono le agenzie tradizionali. E’ necessario che queste iniziative siano sostenute, ed io ho paura che ci saranno difficoltà ad organizzarle perché ci sono interessi evidentemente contrapposti che potranno costituire un ostacolo. Cosa potrei dire, come indicazione non pessimista? In fin dei conti, i mezzi d’informazione funzionano in maniera assurda: si preoccupano solo di fatti non ordinari. La stampa riporta che un muratore è caduto dal ventesimo piano e si è ammazzato, ma non dà notizia dei milioni di muratori che stanno lavorando in condizioni drammatiche. In generale, le notizie non riflettono mai la realtà delle cose: si parla sempre solo di cose eccezionali e in questo modo si cerca di costruire una realtà che è immagine dei mezzi di comunicazione. Ma c’è gente che si muove in maniera critica nei confronti delle manipolazioni dei mezzi d’informazione, ed anche se è poca sta acquistando una influenza maggiore rispetto a quella che può ottenere la massa dominata dai mezzi d’informazione, passiva di fronte alle trasformazioni della società. L’impatto di coloro che sono critici e si muovono è molto più forte, quindi costoro possono influire sui processi. Le possibilità che ha un giornale anche piccolo, anche d’impresa popolare, che faccia informazione corretta, sono enormemente maggiori rispetto a quelle di una massa che è condizionata dai mezzi d’informazione ma non è attiva nei processi di trasformazione. Quindi la speranza non è assente in questo processo; nonostante l’enorme dominio dei mezzi di comunicazione, in fin dei conti c’è una possibilità d’influsso maggiore nelle trasformazioni sociali da parte di coloro che hanno coscienza di essere chiamati ad essere attivi all’interno del panorama internazionale. Gli altri saranno sì contrari a quello che viene promosso, ma non hanno una configurazione dinamica tale da consentire loro di essere effettivamente attivi all’interno di questa lotta. Democrazia e politica sembrano segnate in tutto il mondo dala corruzione, dalla manipolazione e dall’emergere di selvaggi egoismi che trovano comunque grandi consensi, o per lo meno sicuramente li trovano in occidente. Secondo lei la democrazia e la politica, così come noi le conosciamo, sono riformabili o è necessario elaborare una prospettiva radicale di ridefinizione della democrazia e di ciò che è politica? Un sistema economico c’è perché esiste un sistema politico e viceversa, c’è un’interazione in modo tale che una trasformazione economica comporta necessariamente una trasformazione politica. Sappiamo che gli orientamenti politici sono diretti dai grandi interessi economici: questa relazione arriva al limite per cui la corruzione del sistema è tale da generare il rifiuto delle domanda di giustizia, perché va contro i propri interessi, o quando diventa una giustificazione per introdurre una dinamica di repressione nel mondo sottosviluppato che si sta incamminando per modificare la propria situazione. In questi casi genera livelli insperati di ribellione sociale, che pongono in essere dinamismi nuovi che danno speranza di un cambiamento. Nel nostro Paese la società civile (passiva, abituata alla repressione e pertanto disperata rispetto a quello che si può fare per cambiare la situazione sociale), con gli avvenimenti recenti, ha scoperto una possibilità d’azione: è un fenomeno importante, perché fa emergere la società civile come soggetto nuovo all’interno del Paese, in grado di immaginare un cambiamento. La società si vede interpellata molto di più dai movimenti politici, dai suoi organismi rappresentativi e quindi scopre una possibilità reale e concreta che non è solo il momento delle elezioni, come fatto isolato dopo il quale tutto finisce, ma un nuovo carattere più ampio di vigilanza sull’applicazione di quelli che sono gli accordi che vengono presi, magari in un momento storico specifico del Paese. Ora ci si rende conto che esiste la necessità di continuare a controllare questi spazi, all’interno dei quali si può sviluppare la modificazione politica ed economica di cui c’è necessità. Abbiamo quindi una prospettiva, una speranza nuova per questi soggetti che stanno emergendo ora sulla scena della storia e penso che si potrà vedere in qualche modo anche la solidarietà dei paesi europei così come di quelli latino-americani. In questo momento storico 15 o 18 paesi sudamericani stanno aspettando l’apertura di un cammino verso le elezioni, e tutti sono interessati ad un cambiamento sociale. Questi Paesi sono distrutti dagli interventi repressivi (come Haiti, che ben mostra l’impossibilità di ribellarsi), ma ora sorgono segnali che dicono che possono essere aperti nuovi cammini, che forse potranno realizzarsi nuove forme di democrazia basate non sul bilanciamento delle forze ma piuttosto sul riconoscimento dei diritti, anche dei diritti di quelle minoranze che nel continente sono state oppresse. Se il sistema attuale dovesse superare la prova delle prossime elezioni, quali pensa che potrebbero essere le conseguenze per la trattative nel Chiapas e per la situazione in questo Paese? Se ho capito correttamente la domanda: che cosa succederà se alla prova del fuoco trionferà il Partito Rivoluzionario Istituzionale, e che cosa si dovrà fare in Chiapas se questo accade? Bene, da una parte tutti i gruppi politici del Paese non stanno guardando alla situazione in Chiapas come ad un caso isolato; quello che accade in Chiapas pone degli interrogativi ai governanti del Paese, perciò tutti i gruppi politici hanno firmato degli accordi che una volta giunti al potere si daranno la pena di sostenere. Non potranno fare in altra maniera, quando arriveranno al potere dovranno dare sviluppo a questo tipo di trattativa. Per esempio, la legislazione relativa ai gruppi etnici dovrà essere riconosciuta non solo in Chiapas ma in tutto il resto del Paese. Si dovrà poi intervenire in modo da creare delle situazioni di cambiamento non solo per le realtà che si sono mosse, ma anche per tutte quelle che si trovano in condizioni analoghe. Anche altri Paesi hanno dato spunto a queste vicende; per esempio s’è presa in considerazione la legislazione che s’è approvata in Cile per includere nello sviluppo nazionale anche gli indigeni; non è stata una legislazione ideale però è stato un passo significativo, gli indigeni questo lo sanno, rispetto alla situazione precedente. Il PRI, insieme a tutti gli altri partiti politici, ha assunto l’impegno di portare avanti la contrattazione. Se non ci sarà credibilità, se non ci saranno procedimenti cristallini, allora saremo in una impasse storica che potrà generare il caos. Bisogna smetterla soprattutto di operare in un certo modo, un modo che ha deteriorato la parola "politica" e l’azione politica, perché "politica" significa "bene comune" ed oggi non è più così. La situazione quindi è piuttosto grave, però credo che in questo momento si possa pensare alla necessità che non ci sia un solo partito, anche se maggioritario, al potere ma che si formi una coalizione e che tutte la forze politiche si accordino per dare vita ad un sistema in cui le distinte tendenze siano rappresentate per fare un servizio alla comunità. Questo è quello che noi pensiamo di poter ottenere e quello che auspichiamo per risolvere la situazione nel nostro paese. Tra le richieste del movimento zapatista spiccavano la domanda di servizi (ospedali, scuole...) e di credito. Quale riflessione è in corso riguardo al rapporto tra accesso ai servizi e al mercato e mantenimento di una cultura e di un modo di vivere che, al mercato e alla visione dell’uomo e del mondo che sta alla base del modo in cui i servizi sono strutturati sono del tutto estranei? La domanda, da parte del movimento zapatista, di terra - dato il grado di denutrizione estrema - salute e scuole, fa nascere l’idea che non si tratta di aumentare la quantità dei servizi, ma la qualità dei servizi stessi: conta il soddisfacimento di questi aspetti della vita anche per i gruppi marginali. Si considera importante che tutto questo sia riconosciuto non come diritto della persona ma come diritto del gruppo etnico. C’è un’idea chiara rispetto a tutto questo, cioè che ci vuole rispetto per la cultura, per la lingua e si sta chiedendo che si accetti all’interno del codice nazionale l’applicazione della giustizia secondo il costume della comunità, quello che si chiama "diritto consuetudinario", attraverso il quale sarà possibile promuovere una certa protezione degli indigeni Essi sono coscienti del fatto che l’impatto con culture diverse dalla loro o con uno sviluppo diverso dal loro può provocare problemi, ma sanno anche che, se la cultura si fortifica attraverso la presa di coscienza delle persone e se si rafforzano studi adeguati per il recupero della memoria storica, allora la consapevolezza della propria identità metterà in grado di vivere e di crescere insieme alle altre culture. Questa cultura non deve essere sottomessa, nè deve essere misconosciuta. Allora potrà costituirsi lo stesso processo di cui abbiamo parlato prima a proposito dello spirito religioso, anche per quanto riguarda la cultura: sarà un arricchimento per le culture del resto della società. Per quanto riguarda il discorso economico: lì ci sarà una potenzialità di cambiamento nelle culture indigene, però se sapranno accettare iniziative di tipo economico secondo la loro tradizione culturale, in senso comunitario, non in senso individualista. Pertanto ci saranno nuovi modi di pensare, nuovi modi di attuare, che imporranno in qualche modo un processo di mutazione dell’individuo per immaginare associazioni produttive che non funzionino secondo il vecchio schema di ricerca di un guadagno individuale sempre maggiore, ma con un sistema di socializzazione sia delle cose che vengono prodotte sia delle condizioni di lavoro, in un modello in cui non ci siano salariati e padroni ma una relazione differente ed un modo diverso di dividere quello che potremmo chiamare "profitto". Io penso che ci siano persone non solo all’interno del Chiapas ma anche al di fuori del Chiapas che stanno pensando a questo tipo di iniziative. L’esortazione di Gesù ad amare i propri nemici è stata normalmente poco recepita, si è preferito ricorrere all’annientamento o, nella migliore delle ipotesi, al controllo del nemico. Come si pone oggi, secondo lei, il problema della lotta contro il nemico? Non possiamo parlare in forma astratta, ma in termini concreti rispetto a quello che è successo qui. Posso dire due cose: la prima, che gli indigeni che si sono sollevati in armi non hanno dichiarato guerra ai soggetti o ai gruppi sociali che li hanno sottomessi, ma hanno fatto una lettura strutturale della situazione e, invece di sollevarsi contro i terratenientes o i padroni che li espropriano di tutto, hanno dichiarato guerra all’esercito messicano che opera a sostegno del sistema socio-politico del nostro Paese, pensando che una transizione del governo verso un cammino più democratico ha come conseguenza un governo che deve rispondere alla sua base, perché è la base che lo ha eletto, e quindi il governo deve avere una maggiore attenzione a quelle che sono le richieste di ordine economico o di riforma sociale necessaria rivendicate dal popolo. Inoltre, nel momento in cui c’è stata la tregua, si sono fatti molto più aggressivi i gruppi dominatori che sentono che in qualche modo stanno perdendo il controllo che avevano. Credo però che adesso ci sia senz’altro gente che sta pensando di cambiare, sta riflettendo sulla necessità di apportare modificazioni in questa realtà drammatica. Con l’esperienza degli indigeni guatemaltechi rifugiati e con quella degli indigeni locali in questo conflitto, ci siamo resi conto che non c’è un odio chiaro ed evidente degli indigeni nei confronti dei meticci così come c’è invece da parte dei meticci nei confronti degli indios. Quale deve essere dunque il cammino? Gli indigeni ora non vedono altre possibilità di dare un’indicazione chiara della necessità del cambiamento, non solo per sé ma per tutti gli indigeni del Paese (io penso che ci sarà una reazione a catena). Oggi nella diocesi abbiamo la consapevolezza della necessità che gli indigeni vivano, anzi che abbiamo il diritto di vivere, e non solo gli indigeni. Vediamo però una disponibilità minore nei gruppi dominanti rispetto a quella che c’è nei gruppi dominati. Ci sarà la possibilità di manifestare vero amore, vera amicizia e vera solidarietà nelle relazioni economiche e in altri tipi d’iniziativa, quando l’indigeno vedrà concretamente mutare le condizioni; il non indigeno dovrà finalmente accettare che quello che fino a questo momento ha considerato di second’ordine, privo di capacità di pensare, che addirittura nacque per essere schiavo (questo per via del mito della colonizzazione) è una persona con pari dignità e diritti. Quando ci sarà questa conversione anche di pensiero, allora si concretizzerà il messaggio cristiano e si vedrà come tutti sono discepoli e tutti hanno il diritto di essere sullo stesso piano. Ecco quindi che la nostra azione pastorale e la nostra azione come mediatori è finalizzata a far sì che non solo le relazioni umane possano cambiare in questa direzione ma anche le relazioni strutturali si modifichino, in modo che effettivamente la misericordia e la riconciliazione possano essere vissute appieno per costruire una comunità nuova. S. Cristobal de Las Casas - marzo 1994
TdF - Che cosa significa per lei dire "Dio" oggi? Mons. Bettazzi - Per alcuni è il Creatore-Giudice severo, pronto a intervenire per punire. Per altri ancora è un’ipotesi inutile, sorpassata. Per me - e vorrei lo fosse per molti - è il Padre pieno d’amore. TdF - Quale teologia, o quali teologie, rispondono meglio agli interrogativi dei credenti in questo momento? Mons. Bettazzi - Di solito, ognuno si fa una teologia secondo la sua sensibilità. Anche il Dio severo (spesso contestato per le sue ... ingiustizie) o il Dio misericordioso (che spesso finisce nel "bonaccione" che lascia fare tutto) sono espressione di questa tendenza. Ma sembrano più coerenti al Vangelo i poveri dell’America che trovano conforto nella teologia della liberazione, che non i ricchi dell’Europa che cercano sicurezze in una teologia "spiritualista" contro le ideologie materialiste (soprattutto marxiste). È ovvio che bisogna costantemente rifarsi alla Bibbia. TdF - Di conseguenza, ed anche in considerazione dei cambiamenti tuttora in atto in Italia e nel mondo, dove va la Chiesa? Mons. Bettazzi - La Chiesa si è rinnovata nel Concilio, riscoprendo il contatto con Dio nella Parola e nella Liturgia, riconoscendosi come "popolo di Dio" in "comunione" e in dialogo col mondo . Forse queste verità andrebbero "riscoperte" e vissute più a fondo. TdF - È attualmente dibattuto il tema della successione papale. Se stesse a lei prendere, in un domani, una decisione in tal senso, su che tipo di persone e di Pastore si orienterebbe? Mons. Bettazzi - Le esigenze sono tante che ... lascio allo Spirito Santo scegliere. Confesso che mi ha colpito la prassi di alcune Chiese Ortodosse: i vescovi della Nazione (nel nostro caso i Cardinali) eleggono una terna, poi, dopo aver invocato lo Spirito Santo, tirano a sorte ! TdF - Nella sua qualità di vescovo della Chiesa cattolica, probabilmente la più potente del mondo, come pensa si possa impostare un dialogo proficuo tra le religioni, che sia costruttivo e strumento di pace? Mons. Bettazzi - Credo che il dialogo, che sul piano dottrinale trova posizioni irrinunciabili, dovrebbe muoversi sul piano degli impegni sociali, così come fecero nel 1989 i cristiani d’Europa convenendo a Basilea per interrogarsi, pregare, impegnarsi su "pace, giustizia, salvaguardia del creato". TdF - Si possono superare, e come, gli integralismi? Mons. Bettazzi - Gli integralismi vanno superati, in casa nostra e in quella altrui, insistendo sulla distinzione dei piani - religioso e politico - e facendo presente che se si vuole godere di diritti dove si è in minoranza, bisogna saperli accordare dove si è in maggioranza. TdF - Quale è il suo parere sui vescovi "scomodi" come mons. Gaillot? Mons. Bettazzi - Non conosco molto il suo caso. Certo, se da parte dei vescovi è indispensabile mantenere la comunione con il Collegio episcopale (Papa e vescovi, a cominciare da quelli più prossimi), da parte della Chiesa è necessario accettare, anche con gratitudine, che ciascuno attui i propri carismi, tenendo conto che nella storia è sempre stato inevitabile che "profeti" risultino scomodi. Se non scomodano, che profeti sono? TdF - Come possiamo fare, come credenti e come Chiesa, per sostenere l’opera di mons. Samuel Ruiz, prima che divenga un altro martire sulla cui tomba pregare? Mons. Bettazzi - Dobbiamo continuare l’opera di sollecitazione dell’opinione pubblica e dell’informazione e di solidarietà verso di lui, da esprimere in forma pubblica. TdF - Che cosa dice in particolare, secondo lei, oggi, la Parola di Dio al popolo di Dio? Mons. Bettazzi - Che (cfr. 1Gv 4, 19) non si può dire di amare Dio, che non si vede, se intanto non si ama il prossimo che si vede. E che (Mt 5, 23-24) se stiamo per andare a pregare e ci viene in mente che il nostro fratello (individuo, categoria sociale, popolo povero del mondo) ha qualcosa contro di noi, dobbiamo prima andare a riconciliarci con lui, e poi allora andare a pregare. 1995 Il Messico in guerra contro il Chiapas (di Maurice Lemoine; Le Monde Diplomatique, marzo 1995) A qualche chilometro dal clima pesante di Las Margaritas, l'ultimo sbarramento dell'esercito federale messicano si apre su una pista sassosa. Dopo una svolta della strada in terra rossa sorge la prima postazione dei ribelli. Uniformi grigioverdi, facce a metà coperte dai paliacate (fazzoletti rossi), fucili di calibro rispettabile. Conciliaboli. Autorizzazione a proseguire. I fari non mollano la pista, sempre più ripida e dissestata. NON ISOLIAMO SAMUEL RUIZ. Il 4 novembre scorso il gruppo paramilitare priista "Pace e Giustizia" ha attentato a Tila (Chiapas), con un'imboscata, la comitiva comprendente i vescovi Samuel Ruiz Garcia (presidente pure della Commissione Nazionale di Intermediazione- CONAI) e Raul Vera Lopez, nella quale sono risultati feriti da arma da fuoco i contadini José Pedro Perez P., José Vazquez P., e Manuel Perez P. Due giorni dopo la signora Maria de la Luz Ruiz Garcia, sorella del vescovo Samuel Ruiz, e' stata accoltellata durante una seconda imboscata, dentro la sua casa. Questi attentati rappresentano l'ennesimo intimidazione nei confronti di chi e' vicino alla lotta che gli indios zapatisti stanno conducendo. Dal canto nostro questi attentati ci fanno ritornare alla mente la morte annunciata di Monsignor Oscar Romero in Salvador, il quale, come suo fratello Ruiz, aveva scelto di stare dalla parte di coloro a cui vengono negati la dignita', la liberta' e la giustizia.
Natale di orrore in Chiapas
Ha accusato un capo militare a titolo personale Il comandante della Settima Regione Militare, generale José Gómez Salazar, ha accusato oggi a mezzogiorno il vescovo di San Cristóbal de Las Casas, Samuel Ruiz García, di essere "coinvolto" con l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). A mezzogiorno, intervistato nel dopo aver presentato ai mezzi di comunicazione l'armamento, gli equipaggiamenti di radiocomunicazione, le divise e diversi documenti che - ha assicurato - sono appartenute all'EZLN, Gómez Salazar ha detto che l'Esercito Messicano manterrà i pattugliamenti in tutto il Chiapas, con il proposito di applicare "indiscriminatamente" la Legge Federale sulle Armi da Fuoco. Gli equipaggiamenti e i documenti probabilmente zapatisti sono stati rinvenuti a Yolchiptic, municipio di Altamirano, e secondo il generale Gómez Salazar, sono prove del coinvolgimento di Ruiz García nel movimento guerrigliero. Alcuni dei documenti ritrovati sono, tra altri, il libro dei Los derechos de los hombres y las mujeres, di Carlos Lenkersdors, edito nel 1996 dalla diocesi di San Cristóbal in lingua tojolabal, che contiene diversi "aspetti della dottrina della Teología di Liberazione adattate alle tradizioni delle etnie chiapaneche", così come i tomi I e II del libro Por el bien de Jesucristo, hermanos, di Samuel Ruiz García, edizioni Lacastalia di San Cristóbal, scritto in 1993, anche in tojolabal. Da La Jornada dell'8 giugno 1998
SAMUEL RUIZ ANNUNCIA Ieri notte Mons. Samuel Ruiz, vescovo di San Cristobal de Las Casas, ha annunciato in una lettera la sua riunucia alla presidenza della CONAI e lo scioglimento di questa istanza di mediazione che da anni lavora per una soluzione pacifica al conflitto del Chiapas. Le motivazioni principali che hanno condotto la CONAI a questa decisione sono "l'evidente abbandono da parte governativa del percorso del dialogo, secondo il modello osservato al tavolo di San Andrés e per la decisione del governo di eseguire unilateralmente quanto accordato invocando un dialogo diretto senza necessità di alcuna mediazione". Il gruppo degli ex membri della Conai hanno esortato la società civile del Chiapas, del Messico e del Mondo, le forze politiche del paese, perché assumano un ruolo più attivo che "freni le strategie di guerra del governo e favorisca una pace giusta e con dignità, che non potrà essere possibile senza il rispetto dei diritti collettivi dei popoli indigeni e un avanzamento significativo per la riforma dello Stato e la transizione alla democrazia". La segreteria di Governo (il ministero degli interni messicano) ha ribadito che continuerà a cercare la via diretta al dialogo e il negoziato con l'EZLN mentre riguardo alle dimissioni di Samuel Ruiz e lo scioglimento della Conai l'ufficio governativo per le questioni religiose ha assicurato che per quanto riguarda la persecuzione religiosa le affermazioni del vescovo sono "carenti di verità e tendenziose oltre che false e dolose". Afferma che le distanze col presidente della Conai sono politiche e non pastorali e che il vescovo ha promosso l'ingerenza degli stranieri nelle questioni nazionali".
Samuel Ruiz lascia, per raggiunti limiti di età, la diocesi di San Cristobal de Las Casas.
1999
SULLE INIZIATIVE DURANTE IL SUMMIT DEI G8 A BIRMINGHAM 16/17 MAGGIO E L'INCONTRO A GINEVRA DEL WTO ( ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO) LA PROPOSTA DELLA TEOLOGIA INDIA PER IL TERZO MILLENNIO ELEAZAR LÓPEZ HERNÁNDEZ
Facendo seguito ai due interventi di mons. Samuel Ruiz sulle "culture indie e il soffio dello Spirito (ottobre e novembre ’98), presentiamo il contributo di un teologo tra i più impegnati nella "teologia india", appartenente al popolo zapoteca di Tehuantepec, Messico. La cultura indigena è diventata un riferimento obbligato per quanti desiderano un mondo più giusto per il futuro.
A dieci anni dalla morte di mons. Leonidas Proaño, scorgiamo più chiara la "risurrezione indigena" da lui profetizzata: gli indios "hanno cominciato ad aprire gli occhi e vedere; hanno iniziato a sciogliere la loro lingua e recuperare la loro parola con coraggio; hanno cominciato ad alzarsi in piedi e camminare; hanno cominciato a organizzarsi, a porre atti che saranno di enorme importanza per loro, per i paesi dell’America e per il mondo".
Ci troviamo, come ha detto un altro profeta, mons. Samuel Ruiz, in un kairós che ci scuote e ci dà vita nuova. Possiamo affermare che la Ruah della Genesi aleggia di nuovo sopra il caos attuale, per trasformarlo in seno materno che generi forme più umane di vita. Noi indios avvertiamo questo passaggio creatore e liberatore di Dio tra noi. Per la forza dello Spirito che ci muove, possiamo camminare senza paura sulle acque del neoliberismo, come fece il Signore Gesù sul mare agitato di Genezaret. E possiamo invitare altri fratelli a camminare con noi sopra le onde minacciose dei tempi moderni: possiamo far sì che Cipactli, energia del caos originario, si trasformi di nuovo in montagne solide, in fiumi e lagune feconde. CI SONO MOTIVI DI SCORAGGIAMENTO, MA SIAMO POPOLI DI SPERANZA LA PAROLA DEGLI INDIOS ORA È ASCOLTATA SUL TEPEYAC ABBIAMO COLTIVATO FIORI GODIAMO DEI NOSTRI FIORI: LA FESTA CONDIVIDIAMO I NOSTRI FIORI LA "CASA GRANDE" ELEAZAR LÓPEZ HERNÁNDEZ
NON SIAMO UN PROBLEMA Nel Terzo incontro di teologia india, a Cochabamba nell’agosto 1997, abbiamo affermato che la presenza indigena è come un’oasi di spiritualità, capace di portare freschezza e vita nella siccità strutturale che ci domina. Noi indios siamo popoli di speranza: speranza che, invece, si è andata esaurendo nel cuore del sistema dominante. LA RESISTENZA DEI POVERI Agli occhi della fede, la risurrezione degli indios è una prova che Dio è dalla parte della causa india. È l’esperienza che Mosè ha fatto di Dio nel deserto, con il roveto che bruciava. I rovi sono quasi l’unica pianta che riesce a vivere nel deserto: sono il simbolo dei popoli nomadi, in un certo senso di tutti i poveri.
CHIAPAS: MONSIGNOR RUIZ LASCIA, SUBENTRA ESQUIVEL Fino a qualche mese fa mons. Ruiz, che ha compiuto 75 anni nel novembre scorso, avrebbe dovuto essere sostituito da mons. Raul Vera Lopez, dal '95 vescovo coadiutore di San Cristobal de las Casas. Secondo il diritto canonico, infatti, il coadiutore ha diritto di successione quando l'ordinario della diocesi va in pensione. Mons. Vera Lopez, ritenuto un conservatore al suo arrivo a san Cristobal, si era presto allineato con l'impegno di mons. Ruiz in difesa degli indigeni del Chiapas. Un impegno non sempre compreso in certi settori della Chiesa e contrastato dai poteri forti messicani. In Chapas, la Chiesa locale mortificata dal Vaticano Giovanni Paolo II ha trasferito ad altra Diocesi del Nord del Messico il vescovo Raul Vera Lopez , da tempo nominato coadiutore con diritto di successione, di Mons. Samuel Ruiz, Vescovo di San Cristobal de Las Casas da poco dimissionario per il compimento del settantacinquesimo anno di età. E’ ben noto che il vescovo coadiutore Vera Lopez era stato inviato dal papa per tentare di "normalizzare" la pastorale di Mons. Samuel Ruiz, considerato troppo incline a legittimare azioni di riscatto religioso, sociale e politico delle popolazioni indigene, da secoli emarginate e recentemente oggetto di attacchi e repressioni da parte di latifondisti della regione, da forze paramilitari, dall’esercito, dal governo centrale messicano e da settori conservatori della Chiesa cattolica. In questo contesto la nomina del successore di Samuel Ruiz assume un significato generale che va oltre la stessa situazione messicana e che riguarda gli stessi orientamenti generali dei vertici della Chiesa nel suo rapporto coi popoli indigeni e con le legittime azioni di riscatto sociale e politico di popolazioni da secoli emarginate . La decisione del papa di rimuovere Mons. Vera Lopez dalla diocesi cui era stato destinato, solleva inquietanti domande da parte di quanti concepiscono la Chiesa come una comunità di fratelli e di sorelle che hanno la Trinità come modello di relazionalità amorosa e paritetica. Queste decisioni papali, preparate nel più assoluto segr |