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sabato, 29 maggio 2004
 

Samuel Ruiz Garcia , Monsignore di "sotto"

 
L'azione rivoluzionaria degli Indios di questa regione è frutto di una lunga sofferenza, patimenti e frustrazioni.
Queste popolazioni originarie hanno occupato negli ultimi cinquecento anni i gradini più bassi della nostra società.
Comprendiamo che psicologicamente gli indios possano non vedere altre vie di uscita.
E' questo che li ha portati a dichiarare guerra all'esercito messicano.

Mons. Samuel Ruiz Garcia
Vescovo nel Sud del Messico nella Diocesi di San Cristobal de Las Casas nello Stato di Chiapas, America Centrale

Di che cosa dobbiamo chiedere perdono?


…“Di che cosa dobbiamo chiedere perdono? Di che cosa ci devono perdonare?

Di non morire di fame? Di non tacere la nostra miseria? Di non avere accettato umilmente il gigantesco carico storico di disprezzo e abbandono? Di esserci sollevati con le armi quando ci erano state chiuse tutte le altre vie?…Di avere dimostrato al resto del Paese e al mondo intero che la dignità umana è ancora viva ed esiste nei suoi abitanti più poveri?… Di essere in maggioranza indios? … Di lottare per la libertà, la democrazia e la giustizia?… Di non arrenderci? Di non venderci? Di non tradirci? Chi deve chiedere perdono e chi può concederlo?”… Sub- comandante Marcos, Selva Lacandona, Chiapas, Agosto 1992 , NO NOS DEJARON OTRO CAMINO

"Nessuno sapeva che esistesse e dove fosse il Chiapas prima del 1994.
Adesso però è importante che si capisca che il problema del Terzo Mondo è un problema del Primo Mondo perché gli ultimi non sono più confinabili e confinati in un'area geografica ben precisa e isolata.
(...) Qui manca ogni cosa e la vita umana vale meno di niente.
I soprusi, le prepotenze sono all'ordine del giorno.
La ribellione avvenne il primo gennaio 1994 perché quel giorno entrava in vigore il Nafta, il trattato di libero scambio tra i Paesi nordamericani e cioè Canada, Messico e Stati Uniti.
Quel giorno in cui il Messico, Paese del Terzo Mondo, entrava nel primo Mondo, anche i poveri vollero entrare in questa realtà e vollero far capire al mondo intero che c'erano anche loro, che anche loro esistevano, che anche loro dovevano entrare dalla porta principale senza essere esclusi ancora una volta. Molti si stupirono di quella ribellione, non riuscirono a comprenderla ma neppure sapevano del Chiapas. Io mi stupii e mi stupisco ancora una volta oggi di quello stupore.
Lo stupore semmai dovrebbe esserci per la negazione dei più elementari diritti di questi bambini, di queste donne e di questi uomini che non hanno medicine, hanno pochissimo da mangiare e che vengono continuamente sopraffatti.Hanno deciso di lanciare un messaggio per far sapere al mondo intero che c'erano anche loro, che soffrivano per le ingiustizie e che volevano dire basta a tutto questo.
Come ci si può meravigliare di una cosa del genere?
Meravigliamoci delle ingiustizie piuttosto.
Io mi occupo di queste cose perché fanno parte dell'annuncio del Vangelo, che è un annuncio di amore tra gli uomini e quindi di liberazione da ogni schiavitù e oppressione".
Mons. Samuel Ruiz Garcìa

America
Messico
Dal dolore alla speranza Mons. Samuel Ruiz García e Mons. Raúl Vera López, rispettivamente vescovo e coadiutore della diocesi di San Cristóbal de Las Casas, nello Stato del Chiapas, all’estremo sud del Messico, hanno pubblicato una Lettera pastorale intitolata “Dal dolore alla speranza”. Poiché gli abitanti della diocesi sono in maggioranza Indios, che hanno sofferto e soffrono povertà ed emarginazione, i due vescovi parlano a lungo della loro condizione e delle nobili qualità che i poveri riescono ad esprimere. «Fedele alla missione data da Gesù di annunciare la Buona Notizia ai poveri - si legge verso la fine della Lettera pastorale - la nostra diocesi si è assunta la missione prioritaria di realizzare un’evangelizzazione integrale e liberatrice dei poveri. A loro ha annunciato l’amore di Dio, il rispetto della dignità della persona umana, la giustizia a cui ogni essere umano ha diritto per il fatto di essere figlio di Dio».

«In un mondo - scrivono Mons. Ruiz e Mons. Vera - pieno di ingiustizie e menzogne, di offese alla dignità umana e di omicidi, d’impoverimento e mancanza di libertà, com’è quello in cui viviamo in modo speciale nel Chiapas, la costruzione del Regno di Dio implica una trasformazione delle attuali condizioni sociali, politiche, economiche e culturali. Ma anche, e soprattutto, esige la trasformazione del cuore di ogni persona, di ogni famiglia, di ogni villaggio e di tutto il nostro Paese».

I due vescovi della diocesi di San Cristóbal de La Casas così concludono il loro messaggio per la preparazione al Giubileo: «Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13). A questo siamo chiamati: a trasformare il nostro ambiente, la nostra società. Come il sale, anche se piccolo e umile, così noi cristiani, con la nostra testimonianza umile, onesta e con la nostra parola, siamo chiamati a trasformare atteggiamenti di odio in perdono, la divisione in cammino verso l’unità, la disperazione in apertura e speranza, i conflitti in sfide per l’azione, la morte in vita, la stanchezza in animo rinnovato».

Il Chiapas: una speranza minacciata

Per la prima volta scoprivo questa zona del mondo della quale tanto si parla, invitato dalla Commissione civile internazionale per l'osservanza dei diritti dell'uomo. Eravamo 200, venuti soprattutto dall'Europa, con una maggioranza di spagnoli. In gran parte erano giovani impegnati nel campo dei Diritti umani, molto motivati dall'esperienza zapatista del Chiapas. Per lo più sono fuori e lontani dalle Chiese, ma sanno riconoscere la dignità popolare della Chiesa di San Cristobal e del suo Pastore: Mons. Samuel Ruiz, scampato recentemente a due attentati.

La nostra presenza, in quanto stranieri, è stata male intesa da parte delle autorità messicane e dei mezzi di informazione, che denunciarono questa ingerenza negli affari interni del paese. Il timore xenofobo delle autorità ci ha almeno permesso di essere ogni giorno agli onori della stampa!

Come può accadere che il Chiapas susciti tanta eco in tutto il mondo? Perché questo piccolo paese - che potrebbe essere un paradiso se conoscesse la pace - fa nascere tali speranze in questa fine di secolo? È forse per la personalità emblematica del subcomandante Marcos, che è a un tempo poeta e stratega? È a causa della bellezza del paese e di San Cristobal de las Casas, capitale culturale, tanto apprezzata dai turisti? Tutte queste ragioni hanno la loro importanza, ma quella decisiva mi sembra essere posta altrova. Il Chiapas è diventato l'unico luogo al mondo dove esiste un modo di vivere e di organizzarsi tanto singolare. Ecco una rivoluzione indigena che non vuole prendere il potere, bensì costruirlo. Spetta alla società civile prendere il potere. Si tratta di un'altra democrazia, non rappresentativa ma collegiale. E vi è una armonia tanto bella fra tradizione e modernità! Su degli striscioni ho potuto leggere le parole del subcomandante Marcos che danno significato a questa rivoluzione: "Noi siamo la dignità ribelle il cuore dimenticato della patria. La dignità ribelle del FZLN (*) non si arrende né si vende".

Questa esperienza retta da tante speranze fin dal 1994 è gravemente compromessa. Il massacro di Natale, perpetrato da paramilitari, ha fatto 45 morti, in gran parte donne e bambini, e 34 feriti.

Un sacerdote francese, Michel Chanteau, da 32 anni curato nel villaggio di Chenalho dove si è svolta la tragedia, ebbe il coraggio di denunciare la responsabilità del governo in questo massacro. Quanto bastava perché fosse immediatamente espulso dal Messico. Avevo trascorso la mia ultima sera con lui e qualche amico a San Cristobal. Egli sapeva di essere minacciato di morte, ma il suo desiderio era quello di rimanere vicino agli Indios, come un buon pastore, qualsiasi fossero i rischi. La sua espulsione darà ad altri il desiderio di venire o di ritornare in questo paese tanto avvincente, perché la speranza non sia uccisa.

(*) Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale

PARTENIA Lettera di Jacques Gaillot del 1. aprile 1998

Chiapas, dolore e speranze
"Non andremo a chiedere scusa o a supplicare. Non andremo a chiedere l'elemosina o a raccogliere le briciole che cadono dalle tavole imbandite dei potenti. Noi andremo ad esigere ciò che è il diritto e la ragione di ogni essere: libertà, giustizia, democrazia, tutto per tutti, nulla per noi!"

Quando i "senza volto" indigeni dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), apparso in armi il 1&oord gennaio 1994, avviano il primo ciclo di negoziati con il Messico, annunciano così, chiaramente, il senso della loro lotta. Nel 1996, al termine di lunghi sforzi e con il contributo della società civile che hanno ridestato, gli zapatisti sembravano giunti alla conclusione della loro faticosissima traversata della storia; il 16 febbraio, hanno firmato con il governo gli accordi di San Andrés, redatti con la partecipazione di esperti di questioni indigene nazionali e internazionali. Purtroppo però il progetto di legge di modifica costituzionale, proposto il 29 novembre dalla Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), è respinto dal potere, che si richiama alla sovranità nazionale ed evoca rischi di balcanizzazione. Eppure l'autonomia, come la concepiscono e tentano di attuarla gli zapatisti, non è in alcun modo sinonimo di secessione o di separatismo. A San André erano state istituite salvaguardie per impedire l'indebolimento delle garanzie costituzionali, in particolare in materia di diritti umani e di dignità delle donne. Il costo politico di una soluzione militare sarebbe troppo elevato per il presidente Zedillo; tanto più che un nuovo scontro armato, sia pure limitato, rischierebbe di provocare il panico sui mercati finanziari. Scommettendo sul tempo e sull'oblio, combinando programmi di assistenza con piani anti-sommossa, il potere punta sull'erosione progressiva delle forze zapatiste, attraverso un accerchiamento silenzioso e mortale. Militarizzazione, proliferazione dei gruppi civili militari armati, vessazioni, violenze Dall'interruzione dei negoziati di due anni fa, più di un centinaio di morti senza nome ne hanno pagato il prezzo. E' in questo contesto che alcune settimane prima di ricevere il Premio Nobel per la letteratura nel 1998 lo scrittore portoghese José Saramago si è recato nel Chiapas, accompagnato dal fotografo brasiliano Sebastiïo Salgado, per incontrarvi il subcomandante Marcos e testimoniare agli occhi del mondo delle sofferenze degli indios nel Messico meridionale. Da allora, il presidente Ernesto Zedillo ha fatto pressioni per un dialogo diretto, rifiutato dall'Ezln. Scottati, gli insorti preferiscono cercare una soluzione rivolgendosi alla società civile, della quale hanno incontrato tremila rappresentanti alla fine del novembre 1998. E hanno fatto appello a una consultazione nazionale il 21 marzo, invitando il popolo messicano a pronunciarsi sul tema dell'inserimento della legge indigena nella Costituzione. Un modo per rilanciare il dibattito, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali M.L.

Di José Saramago Premio Nobel 1998 per la letteratura

TRA LOTTE E SPERANZE. INTERVISTA A MONS. SAMUEL RUIZ, VESCOVO DI CHIAPAS

Francesco Esposito

Il primo gennaio 1994 entrava in vigore il NAFTA, trattato fra Canada, Messico e USA, le cui tremende conseguenze sui diseredati del Messico erano dai governi, con indifferenza, considerate programmaticamente inevitabili. Il primo gennaio 1994, nel nome di Zapata l’Incorruttibile, gli indigeni del Chiapas, svelando al mondo l’ipocrisia dell’Occidente dall’anima saccheggiatrice e genocida, si decidevano col loro esercito straordinario e pezzente a diventare visibili, non soltanto come miserabili bisognosi di compassione e di aiuto.

L’intervista qui riportata [riassunta redazionalmente, n.d.r.] è del marzo 1994, quando il ruolo di mediatore ufficiale di don Samuel - vescovo di S. Cristobal - nel conflitto apertosi nel Chiapas era l’aspetto che richiamava l’attenzione generale. E il desiderio di decine di giornalisti americani ed europei era quello di far parlare don Samuel di sé. Un don Samuel meno ufficiale da gettare in pasto ad un’opinione pubblica pronta a farsi distrarre da una curiosità onnivora, dove l’essenziale si disfa impoltigliandosi nel circuito, intimamente pronto a divenire vizioso, di una stampa dai modi troppo spesso poco trasparenti. Per parte mia, volevo partecipare di questo sintomo straordinario esploso ai confini dell’impero e vedere se le antiche visioni del Sud, segnate fino alle radici dalla sconfitta, stessero rientrando, sconvolgendola, nella dimensione dell’economia-politica, rigenerandosi e rigenerandola in una nuova cosmogonia capace di prendere generosamente in cura un Nord insaziabilmente bisognoso, afflitto dalla miseria più sofferente e distruttiva che la storia abbia mai conosciuto. E avevo scelto, quindi, di fare a don Samuel domande lontane dagli elementi più contingenti della politica. Dopo 15 giorni di attesa, ero riuscito a entrare in una di quelle sue intensissime giornate per la sera alle 7, tra una riunione e la cena. Don Gonzalo, il suo vicario, con il quale avevo concordato l’appuntamento, mi aveva offerto per l’intervista telecamera e operatore e io, felice per l’inaspettata possibilità e senza il mio registratore, mi presento all’appuntamento. Nessun operatore. Nessuna telecamera. Arriveranno, penso. E intanto, dopo le presentazioni, accenno alla prima domanda: "Quali sono gli aspetti decisivi della sua esperienza e formazione intellettuale...?".

Samuel mi fulmina, facendomi disgraziato e dice che non se ne parla neanche, che ai lettori non importa niente se lui ha il 44 o il 45 di scarpe e altre tonterie del genere. Va bene, dico. Ho altre domande, ma non ho il registratore. "Come - fa lui - un giornalista senza registratore all’intervista? E’ come uno studente che se ne va a scuola senza penna!". Ha proprio ragione, lo capisco. Poi, superato l’imbarazzo e chiarito che non ero un giornalista curioso, ma solo uno psicanalista del cui arrivo la Diocesi era stata informata dal Centro Missionario di Trento, don Samuel rispose con la chiarezza e la passione più sotto testimoniate a tutte le domande. A cominciare dalla prima. Non senza aver manovrato, congiungendo le nostre competenze, un registratore molto sofisticato saltato fuori al momento giusto.

Per finire, vorrei esprimere la mia riconoscenza a don Girolamo Job, per la calda semplicità con cui ha voluto aiutarmi. Un frammento di bellezza che non dimenticherò. (Francesco Esposito)

Quali sono gli aspetti decisivi della sua esperienza e formazione intellettuale?

Sono nato in un barrio, a Puerto Irapuato, nello Stato del Messico Centrale, in rapporto diretto con la gente marginale; non ho avuto quindi le difficoltà che hanno avuto altri per capire la gente locale. Lì passarono i primi anni della mia infanzia, prima del seminario. La formazione del seminario e quella successiva a Roma, dove mi sono recato per studiare teologia, hanno orientato evidentemente tutto il mio mondo interiore verso la comprensione della Parola di Dio; io studiavo diligentemente perché questa preparazione era in funzione del lavoro accademico in seminario, nel seminario di Leon dove fui insegnante e in seguito rettore.

Arrivando qui però mi incontrai con un fattore differente, che non è l’ebreo, il greco o l’aramaico: mi si rivelò veramente nella maniera più chiara quello che il Concilio aveva detto nel momento opportuno, cioè che la Parola di Dio e i fatti storici sono strettamente legati (Dei Verbum, 2 e 3), e che perciò c’è una interrelazione tra la storia concreta, che è storia di salvezza, e la Parola di Dio scritta o normativa; cosicché oggi intendiamo la Parola di Dio integrale come Parola di Dio e fatti storici. Da quel momento in poi per me si rivelò la possibilità di capire la Parola di Dio in un modo molto differente da quello di prima, di capirla attraverso il modo in cui le comunità indigene e campesine la vivono, vibrano con lei e la capiscono. Non intendo dire che siano stati inutilo lo studio ed il lavoro accademico: però il punto di partenza per poter capire in quest’altra situazione la Parola di Dio, diretta al Popolo di Dio, ha chiesto a me e a molti altri un cambiamento significativo. Qui vediamo come il popolo vive, come si sente interpellato dalla Parola di Dio e nello stesso tempo interpella noi quando comprende la profondità di questa Parola.

In che consiste l’occidentalizzazione del Vangelo e come pensa sia possibile de-occidentalizzarlo?

L’evangelizzazione nel continente latino-americano arrivò identificata con una cultura, la cultura occidentale cristiana. Però nell’arrivare qui si dimenticò che il Vangelo era nato in una cultura orientale, si era inculturato nell’occidente ed arrivava qui importato e imposto come cultura occidentale: di modo che un indigeno, che ha una cultura differente da quella occidentale, doveva dimenticare sé stesso per accettare una cultura esterna a lui e realizzarsi in profondità in una cultura che non è la sua.

Questo ha generato nel continente una specie di schizofrenia, di divisione nella psicologia interna, percepita ed espressa da diverse persone che hanno riflettuto su questo con maggior chiarezza. Così mi disse una volta un sacerdote:

Io entrai in seminario senza sapere esattamente cosa significasse, perché se avessi saputo di dover abbandonare tutto quanto il mio bagaglio culturale per non sentirmi diverso dagli altri... Quando arrivai all’ordinazione sacerdotale fui poi rinviato al mio popolo e a quel punto non parlavo più la loro lingua, non avevo i loro costumi, mi sentivo il reietto della società. Dovetti poi ricuperare, con il riapprendimento della cultura, una posizione dentro quella società che era la mia, era quella in qui vivevano i miei padri.

Questa schizofrenia la possiamo vedere in moltissimi esempi. Posso citare un padre del Panama, di origine Cuna, il quale dopo aver studiato in Europa si rese conto di aver in qualche modo tradito la missione di conoscere Dio attraverso la cultura Cuna e non attraverso quella occidentale. E’ chiaro, ci sono missioni diverse ma la sua era quella di essere Cuna. Dio gli aveva permesso di essere Cuna per scoprire una visione di Dio Cuna, perché nessuna cultura è capace di spiegare fino in fondo cosa è Dio per l’essere umano, nessuna cultura può esaurire la ricchezza e la molteplicità di ciò che Dio è. Così egli cominciò a ripensare alla necessità di ritornare passo per passo ad essere un sacerdote Cuna per riconoscere Dio nella cultura Cuna. Arrivò a questa sensazione assurda, tremenda, in cui si diceva: "Se io devo scegliere tra essere sacerdote ed essere Cuna, scelgo di essere Cuna perché sono nato Cuna e solo dopo sono diventato sacerdote".

I valori etico-religiosi di una cultura non sono marginali al Vangelo, nè sono un trampolino per facilitare la conversione, ma sono parte già dell’annuncio, perché sono la rivelazione di Dio a quel gruppo umano. L’evangelizzazione pertanto è il processo di una inculturazione della parola di Dio in ciò che un gruppo umano conosce, con il suo modo di concepire la vita, di esprimere la sua fede (la sua, non la nostra) con i suoi simboli culturali. Questo è il cammino che noi vogliamo fare adesso e siamo in un momento storico importantissimo perché quello che non è successo nei 500 anni, cioè un dialogo tra la religione cristiana che è arrivata e le religioni precolombiane, siamo sul punto di ottenerlo oggi. Nasce oggi un processo attraverso il quale la schizofrenia sta per essere sanata da alcuni indigeni (non tutti) che hanno la forza della loro identità indigena e che vivono la loro religione, riflettono teologicamente su di essa e stanno aprendo la via ad una possibilità di dialogo interreligioso. C’è anche un cammino che stanno percorrendo gli indigeni evangelizzati, i quali cercano di ripensare la loro fede, ricevuta secondo modalità occidentali, secondo i loro meccanismi, i loro dinamismi, quelli tipici della loro cultura. Questo è un momento molto importante che stiamo vivendo in America Latina.

Cosa intende per "Chiesa autoctona" nell’America Latina? Quali conseguenze immagina per la Chiesa Cattolica così come noi la conosciamo?

C’è una Chiesa che ha una sua consistenza, una sua autonomia e che non ha bisogno di ministri importati, ma che esprime la vitalità del proprio gruppo, ed ha una liturgia, una fede, frutto di una riflessione condotta attraverso i suoi meccanismi e i suoi strumenti. A volte è difficile capire le conseguenze di tutto questo. Il Concilio parla di un arricchimento che ci sarà quando culture che non hanno avuto una relazione profonda con il Vangelo, o che l’hanno avuta, ma la cui riflessione è rimasta nascosta, riusciranno a manifestare i valori del Vangelo incarnato nelle loro tradizioni. Allora ci sarà un arricchimento.

Basta immaginare quello che significherà, come dinamismo apostolico, l’evangelizzazione di una cultura andina del Brasile che ha la coscienza di essere destinata ad aiutare la conversione universale: "Tutti devono riconoscere che esiste un Dio che è padre di tutti". Essi guardano con angustia alla cultura occidentale con tutte le sue tremende contraddizioni, con i suoi egoismi e le sue divisioni, e sentono il premio di vedersi chiamati ad annunciare una Parola che loro hanno già vissuto da tempo, cioè che tutti dobbiamo stare uniti intorno al Padre che è il capo della famiglia umana. Questi valori sono anteriori all’evangelizzazione, ma incarnati nell’evangelizzazione daranno un dinamismo apostolico a questo gruppo.

Potremmo poi considerare l’arricchimento che porterebbe alla Chiesa, nella quale il Vangelo si è incarnato in una cultura occidentale con tendenze individualiste, il contatto con le comunità indigene che furono abituate ad un modo di vivere comunitario prima dell’arrivo del Vangelo. La vita comunitaria non è un valore arrivato con l’evangelizzazione, c’era già prima. Nei luoghi dove sta avanzando questo processo d’incarnazione del Vangelo, tutti i sacramenti cominciano ad assumere una dimensione comunitaria. Non c’è il battesimo del bambino o il matrimonio individuale, ma tutti i sacramenti si convertono ed assumono il peso della dimensione comunitaria, diventando qualcosa di diverso con un grosso arricchimento per la vita cristiana. Non possiamo dire che non ci siano delle difficoltà, comunque... Per esempio il matrimonio, per il mondo occidentale, consiste nella decisione di una persona di unire permanentemente la propria vita con quella di un’altra. I due, per esprimere il loro sentimento, stabiliscono un contratto e questo contratto si chiama matrimonio, sacramento tra coloro che sono battezzati. Nelle comunità indigene il matrimonio è un processo che si sviluppa attraverso una conoscenza e una relazione che procede tra le due famiglie e tra le due comunità, che camminano assieme fino al momento in cui i due giovani cominciano a vivere assieme; ma c’è una convivenza anteriore rispetto al momento del matrimonio, in cui il fidanzato si reca presso la casa della fidanzata e lì comincia ad imparare che cosa significa tenere insieme una famiglia e allo stesso modo la fidanzata si reca presso la casa dei futuri suoceri per imparare cosa significa il lavoro all’interno di quella famiglia. Sono così sottolineate le differenze e c’è un arricchimento notevole. In alcune zone le comunità sono impegnate nella ricerca, all’interno della propria cultura, dei segni che possono dare alla comunità il senso profondo di ciò che significa sacramento.

L’economia di mercato, la produttività e lo sviluppo sembrano essere un punto di passaggio inevitabile. C’è una riflessione su questa questione?

Che cosa significa "sviluppo", che cosa significa un’economia che arriva ad uno "sviluppo economico" della società umana? Viviamo adesso - disgraziatamente - dentro un solo sistema economico, senza il contrappeso che un altro sistema sociale ha rappresentato, comunque lo vogliamo chiamare e comunque lo vogliamo giudicare: al capitalismo selvaggio si opponeva un sistema che pure aveva i propri limiti, i propri vizi, che ciascuno può giudicare dal suo punto di vista, ma che era un contrappeso, un freno. Oggi il capitalismo è rimasto solo: ed il frutto del suo funzionamento - e non è che funzioni male, è proprio perché funziona bene - è la concentrazione sempre più grande dei beni nelle mani di un numero sempre minore di persone. Oggi il 75% dei beni sta nelle mani del 25%, mentre solo il 25% è concesso al 75%. Se il sistema funzionerà meglio, il 95% della ricchezza sarà nelle mani del 5% della popolazione mondiale, mentre il restante 95% avrà a disposizione per la propria sopravvivenza solo il 5% dei beni.

Prima che si arrivi a questo limite, però, il sistema entrerà in crisi, perché ci sarà "carenza di ricchezza": non ci sarà infatti sufficiente potere acquisitivo da parte di coloro che sono esclusi da questa concentrazione di ricchezza. Prima che succeda questo, probabilmente si svilupperà un processo di rivolta, una sollevazione, a meno che il sistema non abbia dei correttivi che evitino di arrivare a questo limite; ma la tendenza del sistema economico è questa.

L’impossibilità di cambiare questo sistema si rivela quando si capisce questo: secondo gli schemi d’analisi consolidati, gli unici che potevano accedere alla ripartizione della ricchezza erano quelli che già stavano dentro il sistema di produzione, cioè gli operai; mentre i lavoratori della terra, i campesinos, non dando un apporto alla produzione, non potevano influire su un sistema produttivo caratterizzato dalla presenza dell’industria. Ma oggi vediamo che il sistema produttivo arriva ad un tale grado di sviluppo che non ha più bisogno di mano d’opera a buon prezzo, perché la produzione può crescere enormemente con l’automazione; quindi non c’è bisogno di una gran quantità di operai e questo dimostra l’impossibilità per la forza-lavoro di influire sul cambiamento del sistema.

Però sorgono soggetti nuovi. Sorgono i neri, in cima a tutte le classi sociali come razza oppressa nel Terzo Mondo, portando un dato culturale che non è mai stato considerato; la donna prende coscienza di vivere un’oppressione che non è economica (perché ci sono donne che stanno bene dal punto di vista economico) ma è culturale. Sorgono gli indigeni: nella "manifestazione dei 500 anni" tutti i gruppi indigeni del continente dissero: "Siamo qui" e poi dissero "non solo siamo qui, ma anche esistiamo e non solo esistiamo ma vogliamo il riconoscimento dei nostri diritti, vogliamo avere una parte nei processi di trasformazione sociale. Esistiamo per gli alberi che possediamo e quindi vogliamo partecipare al banchetto comune portando i valori che ci caratterizzano". Risuonò in tutto il continente questo grido, e anche fuori, perché mai si sarebbe pensato che il gradino basso della società, quello che non influisce in maniera diretta sul sistema produttivo, potesse esprimere una presa di posizione così forte. Queste parole sono risuonate e hanno catturato l’attenzione. Non le parole armate, bensì le parole accompagnate da tutto ciò che stava intorno. La situazione concreta ha fatto sì che effettivamente queste parole, data la situazione di sofferenza e di oppressione in cui ci troviamo, avessero un’eco notevole.

C’è un risveglio, il sistema economico viene interrogato e nello stesso tempo si trova di fronte anche a degli interrogativi posti dai suoi stessi limiti naturali: si stanno consumando e guastando risorse non rinnovabili, e se non si pone un freno a questo siamo avviati verso un suicidio collettivo; quindi il sistema economico attuale deve interpellarsi e trovare quegli ingredienti nuovi, quei fattori nuovi - come la sensibilizzazione ai diritti umani, la situazione ecologica, il problema della giustizia - che stanno invocando un cambio profondo di questa situazione. Inoltre, ci saranno probabilmente delle sollevazioni violente che scoppieranno se non ci sarà un significativo correttivo alla base del sistema. Altrimenti, del resto, è un dato di fatto che il sistema ha imboccato una via che è una via autodistruttiva.

I padroni delle immagini sembrano diventati i padroni di tutto, anche dell’immaginario. Che tipo di terapia è possibile contro questo potere sottile e perfido?

Non sono i mezzi di comunicazione come tali ad essere negativi, ma sono i Paesi o i grandi trusts industriali ed economici, che tengono i mezzi di comunicazione al loro servizio, a compiere il male. Esiste una certa autonomia del mezzo espressivo in quanto arte, in quanto strumento di comunicazione: ma dietro alle immagini spesso c’è una manipolazione; il grande capitale fa una selezione delle notizie secondo i suoi interessi.

Basta vedere come i mezzi d’informazione si comportano con le parole dei pontefici. Quando c’è qualcosa che interessa fortemente o favorisce il sistema economico, allora le parole vengono amplificate; oppure vengono censurate, quando queste sono in contrasto con certi interessi. Ciò che è stato detto sulla necessità di una trasformazione socio-economica non ha avuto lo stesso tipo di eco di altre parole, che sono state invece manipolate e utilizzate ai fini degli interessi dei Paesi o delle grandi industrie dei Paesi capitalisti. Ci sono anche consorzi che vanno molto al di là del controllo economico di un Paese: grandi società che semplicemente facendo una transazione economica, facendo passare un capitale da un Paese all’altro causano collassi economici, e questo ha evidentemente a che vedere con la manipolazione dell’informazione per interessi determinati. Il problema è complesso perché non sono solo i mezzi di comunicazione in gioco, ma la finalità con cui questi strumenti vengono utilizzati. C’è dunque un problema di controllo.

E’ necessario avere consapevolezza di questa situazione e cercare di difendere i diritti umani, soprattutto il diritto ad una informazione che non sia manipolata. Quando vediamo una violazione dei diritti umani e la negazione dell’informazione o una disinformazione, come è nel costume dell’America Latina, allora è necessario levare una protesta generalizzata e anche cercare altri cammini. Tra gli indigeni del continente si sta sviluppando l’idea di fondare un’agenzia d’informazione indigena. Ci sono già succursali, ci sono luoghi di elaborazione e di organizzazione di queste informazioni alternative; hanno deciso di controllare essi stessi l’informazione che li riguarda, cominciando a parlare delle questioni così come le vedono loro. L’agenzia internazionale d’informazione degli stati indigeni è in gestazione. Queste iniziative sono necessarie e devono svilupparsi, in modo che si possa costruire effettivamente una informazione alternativa che organizzi anche l’opinione di tutte le nazioni indigene del Terzo Mondo, in modo da poter sottrarre il controllo dell’informazione a quelle che sono le agenzie tradizionali. E’ necessario che queste iniziative siano sostenute, ed io ho paura che ci saranno difficoltà ad organizzarle perché ci sono interessi evidentemente contrapposti che potranno costituire un ostacolo.

Cosa potrei dire, come indicazione non pessimista? In fin dei conti, i mezzi d’informazione funzionano in maniera assurda: si preoccupano solo di fatti non ordinari. La stampa riporta che un muratore è caduto dal ventesimo piano e si è ammazzato, ma non dà notizia dei milioni di muratori che stanno lavorando in condizioni drammatiche. In generale, le notizie non riflettono mai la realtà delle cose: si parla sempre solo di cose eccezionali e in questo modo si cerca di costruire una realtà che è immagine dei mezzi di comunicazione. Ma c’è gente che si muove in maniera critica nei confronti delle manipolazioni dei mezzi d’informazione, ed anche se è poca sta acquistando una influenza maggiore rispetto a quella che può ottenere la massa dominata dai mezzi d’informazione, passiva di fronte alle trasformazioni della società. L’impatto di coloro che sono critici e si muovono è molto più forte, quindi costoro possono influire sui processi. Le possibilità che ha un giornale anche piccolo, anche d’impresa popolare, che faccia informazione corretta, sono enormemente maggiori rispetto a quelle di una massa che è condizionata dai mezzi d’informazione ma non è attiva nei processi di trasformazione. Quindi la speranza non è assente in questo processo; nonostante l’enorme dominio dei mezzi di comunicazione, in fin dei conti c’è una possibilità d’influsso maggiore nelle trasformazioni sociali da parte di coloro che hanno coscienza di essere chiamati ad essere attivi all’interno del panorama internazionale. Gli altri saranno sì contrari a quello che viene promosso, ma non hanno una configurazione dinamica tale da consentire loro di essere effettivamente attivi all’interno di questa lotta.

Democrazia e politica sembrano segnate in tutto il mondo dala corruzione, dalla manipolazione e dall’emergere di selvaggi egoismi che trovano comunque grandi consensi, o per lo meno sicuramente li trovano in occidente. Secondo lei la democrazia e la politica, così come noi le conosciamo, sono riformabili o è necessario elaborare una prospettiva radicale di ridefinizione della democrazia e di ciò che è politica?

Un sistema economico c’è perché esiste un sistema politico e viceversa, c’è un’interazione in modo tale che una trasformazione economica comporta necessariamente una trasformazione politica. Sappiamo che gli orientamenti politici sono diretti dai grandi interessi economici: questa relazione arriva al limite per cui la corruzione del sistema è tale da generare il rifiuto delle domanda di giustizia, perché va contro i propri interessi, o quando diventa una giustificazione per introdurre una dinamica di repressione nel mondo sottosviluppato che si sta incamminando per modificare la propria situazione. In questi casi genera livelli insperati di ribellione sociale, che pongono in essere dinamismi nuovi che danno speranza di un cambiamento.

Nel nostro Paese la società civile (passiva, abituata alla repressione e pertanto disperata rispetto a quello che si può fare per cambiare la situazione sociale), con gli avvenimenti recenti, ha scoperto una possibilità d’azione: è un fenomeno importante, perché fa emergere la società civile come soggetto nuovo all’interno del Paese, in grado di immaginare un cambiamento. La società si vede interpellata molto di più dai movimenti politici, dai suoi organismi rappresentativi e quindi scopre una possibilità reale e concreta che non è solo il momento delle elezioni, come fatto isolato dopo il quale tutto finisce, ma un nuovo carattere più ampio di vigilanza sull’applicazione di quelli che sono gli accordi che vengono presi, magari in un momento storico specifico del Paese. Ora ci si rende conto che esiste la necessità di continuare a controllare questi spazi, all’interno dei quali si può sviluppare la modificazione politica ed economica di cui c’è necessità. Abbiamo quindi una prospettiva, una speranza nuova per questi soggetti che stanno emergendo ora sulla scena della storia e penso che si potrà vedere in qualche modo anche la solidarietà dei paesi europei così come di quelli latino-americani.

In questo momento storico 15 o 18 paesi sudamericani stanno aspettando l’apertura di un cammino verso le elezioni, e tutti sono interessati ad un cambiamento sociale. Questi Paesi sono distrutti dagli interventi repressivi (come Haiti, che ben mostra l’impossibilità di ribellarsi), ma ora sorgono segnali che dicono che possono essere aperti nuovi cammini, che forse potranno realizzarsi nuove forme di democrazia basate non sul bilanciamento delle forze ma piuttosto sul riconoscimento dei diritti, anche dei diritti di quelle minoranze che nel continente sono state oppresse.

Se il sistema attuale dovesse superare la prova delle prossime elezioni, quali pensa che potrebbero essere le conseguenze per la trattative nel Chiapas e per la situazione in questo Paese?

Se ho capito correttamente la domanda: che cosa succederà se alla prova del fuoco trionferà il Partito Rivoluzionario Istituzionale, e che cosa si dovrà fare in Chiapas se questo accade? Bene, da una parte tutti i gruppi politici del Paese non stanno guardando alla situazione in Chiapas come ad un caso isolato; quello che accade in Chiapas pone degli interrogativi ai governanti del Paese, perciò tutti i gruppi politici hanno firmato degli accordi che una volta giunti al potere si daranno la pena di sostenere. Non potranno fare in altra maniera, quando arriveranno al potere dovranno dare sviluppo a questo tipo di trattativa. Per esempio, la legislazione relativa ai gruppi etnici dovrà essere riconosciuta non solo in Chiapas ma in tutto il resto del Paese. Si dovrà poi intervenire in modo da creare delle situazioni di cambiamento non solo per le realtà che si sono mosse, ma anche per tutte quelle che si trovano in condizioni analoghe. Anche altri Paesi hanno dato spunto a queste vicende; per esempio s’è presa in considerazione la legislazione che s’è approvata in Cile per includere nello sviluppo nazionale anche gli indigeni; non è stata una legislazione ideale però è stato un passo significativo, gli indigeni questo lo sanno, rispetto alla situazione precedente.

Il PRI, insieme a tutti gli altri partiti politici, ha assunto l’impegno di portare avanti la contrattazione. Se non ci sarà credibilità, se non ci saranno procedimenti cristallini, allora saremo in una impasse storica che potrà generare il caos. Bisogna smetterla soprattutto di operare in un certo modo, un modo che ha deteriorato la parola "politica" e l’azione politica, perché "politica" significa "bene comune" ed oggi non è più così. La situazione quindi è piuttosto grave, però credo che in questo momento si possa pensare alla necessità che non ci sia un solo partito, anche se maggioritario, al potere ma che si formi una coalizione e che tutte la forze politiche si accordino per dare vita ad un sistema in cui le distinte tendenze siano rappresentate per fare un servizio alla comunità. Questo è quello che noi pensiamo di poter ottenere e quello che auspichiamo per risolvere la situazione nel nostro paese.

Tra le richieste del movimento zapatista spiccavano la domanda di servizi (ospedali, scuole...) e di credito. Quale riflessione è in corso riguardo al rapporto tra accesso ai servizi e al mercato e mantenimento di una cultura e di un modo di vivere che, al mercato e alla visione dell’uomo e del mondo che sta alla base del modo in cui i servizi sono strutturati sono del tutto estranei?

La domanda, da parte del movimento zapatista, di terra - dato il grado di denutrizione estrema - salute e scuole, fa nascere l’idea che non si tratta di aumentare la quantità dei servizi, ma la qualità dei servizi stessi: conta il soddisfacimento di questi aspetti della vita anche per i gruppi marginali. Si considera importante che tutto questo sia riconosciuto non come diritto della persona ma come diritto del gruppo etnico. C’è un’idea chiara rispetto a tutto questo, cioè che ci vuole rispetto per la cultura, per la lingua e si sta chiedendo che si accetti all’interno del codice nazionale l’applicazione della giustizia secondo il costume della comunità, quello che si chiama "diritto consuetudinario", attraverso il quale sarà possibile promuovere una certa protezione degli indigeni

Essi sono coscienti del fatto che l’impatto con culture diverse dalla loro o con uno sviluppo diverso dal loro può provocare problemi, ma sanno anche che, se la cultura si fortifica attraverso la presa di coscienza delle persone e se si rafforzano studi adeguati per il recupero della memoria storica, allora la consapevolezza della propria identità metterà in grado di vivere e di crescere insieme alle altre culture. Questa cultura non deve essere sottomessa, nè deve essere misconosciuta. Allora potrà costituirsi lo stesso processo di cui abbiamo parlato prima a proposito dello spirito religioso, anche per quanto riguarda la cultura: sarà un arricchimento per le culture del resto della società.

Per quanto riguarda il discorso economico: lì ci sarà una potenzialità di cambiamento nelle culture indigene, però se sapranno accettare iniziative di tipo economico secondo la loro tradizione culturale, in senso comunitario, non in senso individualista. Pertanto ci saranno nuovi modi di pensare, nuovi modi di attuare, che imporranno in qualche modo un processo di mutazione dell’individuo per immaginare associazioni produttive che non funzionino secondo il vecchio schema di ricerca di un guadagno individuale sempre maggiore, ma con un sistema di socializzazione sia delle cose che vengono prodotte sia delle condizioni di lavoro, in un modello in cui non ci siano salariati e padroni ma una relazione differente ed un modo diverso di dividere quello che potremmo chiamare "profitto". Io penso che ci siano persone non solo all’interno del Chiapas ma anche al di fuori del Chiapas che stanno pensando a questo tipo di iniziative.

L’esortazione di Gesù ad amare i propri nemici è stata normalmente poco recepita, si è preferito ricorrere all’annientamento o, nella migliore delle ipotesi, al controllo del nemico. Come si pone oggi, secondo lei, il problema della lotta contro il nemico?

Non possiamo parlare in forma astratta, ma in termini concreti rispetto a quello che è successo qui. Posso dire due cose: la prima, che gli indigeni che si sono sollevati in armi non hanno dichiarato guerra ai soggetti o ai gruppi sociali che li hanno sottomessi, ma hanno fatto una lettura strutturale della situazione e, invece di sollevarsi contro i terratenientes o i padroni che li espropriano di tutto, hanno dichiarato guerra all’esercito messicano che opera a sostegno del sistema socio-politico del nostro Paese, pensando che una transizione del governo verso un cammino più democratico ha come conseguenza un governo che deve rispondere alla sua base, perché è la base che lo ha eletto, e quindi il governo deve avere una maggiore attenzione a quelle che sono le richieste di ordine economico o di riforma sociale necessaria rivendicate dal popolo. Inoltre, nel momento in cui c’è stata la tregua, si sono fatti molto più aggressivi i gruppi dominatori che sentono che in qualche modo stanno perdendo il controllo che avevano. Credo però che adesso ci sia senz’altro gente che sta pensando di cambiare, sta riflettendo sulla necessità di apportare modificazioni in questa realtà drammatica. Con l’esperienza degli indigeni guatemaltechi rifugiati e con quella degli indigeni locali in questo conflitto, ci siamo resi conto che non c’è un odio chiaro ed evidente degli indigeni nei confronti dei meticci così come c’è invece da parte dei meticci nei confronti degli indios. Quale deve essere dunque il cammino? Gli indigeni ora non vedono altre possibilità di dare un’indicazione chiara della necessità del cambiamento, non solo per sé ma per tutti gli indigeni del Paese (io penso che ci sarà una reazione a catena). Oggi nella diocesi abbiamo la consapevolezza della necessità che gli indigeni vivano, anzi che abbiamo il diritto di vivere, e non solo gli indigeni. Vediamo però una disponibilità minore nei gruppi dominanti rispetto a quella che c’è nei gruppi dominati. Ci sarà la possibilità di manifestare vero amore, vera amicizia e vera solidarietà nelle relazioni economiche e in altri tipi d’iniziativa, quando l’indigeno vedrà concretamente mutare le condizioni; il non indigeno dovrà finalmente accettare che quello che fino a questo momento ha considerato di second’ordine, privo di capacità di pensare, che addirittura nacque per essere schiavo (questo per via del mito della colonizzazione) è una persona con pari dignità e diritti.

Quando ci sarà questa conversione anche di pensiero, allora si concretizzerà il messaggio cristiano e si vedrà come tutti sono discepoli e tutti hanno il diritto di essere sullo stesso piano. Ecco quindi che la nostra azione pastorale e la nostra azione come mediatori è finalizzata a far sì che non solo le relazioni umane possano cambiare in questa direzione ma anche le relazioni strutturali si modifichino, in modo che effettivamente la misericordia e la riconciliazione possano essere vissute appieno per costruire una comunità nuova.

S. Cristobal de Las Casas - marzo 1994
http://www.il-margine.it/archivio/1994/c8.htm

INTERVISTA A LUIGI BETTAZZI

TdF - Che cosa significa per lei dire "Dio" oggi?

Mons. Bettazzi - Per alcuni è il Creatore-Giudice severo, pronto a intervenire per punire. Per altri ancora è un’ipotesi inutile, sorpassata. Per me - e vorrei lo fosse per molti - è il Padre pieno d’amore.

TdF - Quale teologia, o quali teologie, rispondono meglio agli interrogativi dei credenti in questo momento?

Mons. Bettazzi - Di solito, ognuno si fa una teologia secondo la sua sensibilità. Anche il Dio severo (spesso contestato per le sue ... ingiustizie) o il Dio misericordioso (che spesso finisce nel "bonaccione" che lascia fare tutto) sono espressione di questa tendenza. Ma sembrano più coerenti al Vangelo i poveri dell’America che trovano conforto nella teologia della liberazione, che non i ricchi dell’Europa che cercano sicurezze in una teologia "spiritualista" contro le ideologie materialiste (soprattutto marxiste). È ovvio che bisogna costantemente rifarsi alla Bibbia.

TdF - Di conseguenza, ed anche in considerazione dei cambiamenti tuttora in atto in Italia e nel mondo, dove va la Chiesa?

Mons. Bettazzi - La Chiesa si è rinnovata nel Concilio, riscoprendo il contatto con Dio nella Parola e nella Liturgia, riconoscendosi come "popolo di Dio" in "comunione" e in dialogo col mondo . Forse queste verità andrebbero "riscoperte" e vissute più a fondo.

TdF - È attualmente dibattuto il tema della successione papale. Se stesse a lei prendere, in un domani, una decisione in tal senso, su che tipo di persone e di Pastore si orienterebbe?

Mons. Bettazzi - Le esigenze sono tante che ... lascio allo Spirito Santo scegliere. Confesso che mi ha colpito la prassi di alcune Chiese Ortodosse: i vescovi della Nazione (nel nostro caso i Cardinali) eleggono una terna, poi, dopo aver invocato lo Spirito Santo, tirano a sorte !

TdF - Nella sua qualità di vescovo della Chiesa cattolica, probabilmente la più potente del mondo, come pensa si possa impostare un dialogo proficuo tra le religioni, che sia costruttivo e strumento di pace?

Mons. Bettazzi - Credo che il dialogo, che sul piano dottrinale trova posizioni irrinunciabili, dovrebbe muoversi sul piano degli impegni sociali, così come fecero nel 1989 i cristiani d’Europa convenendo a Basilea per interrogarsi, pregare, impegnarsi su "pace, giustizia, salvaguardia del creato".

TdF - Si possono superare, e come, gli integralismi?

Mons. Bettazzi - Gli integralismi vanno superati, in casa nostra e in quella altrui, insistendo sulla distinzione dei piani - religioso e politico - e facendo presente che se si vuole godere di diritti dove si è in minoranza, bisogna saperli accordare dove si è in maggioranza.

TdF - Quale è il suo parere sui vescovi "scomodi" come mons. Gaillot?

Mons. Bettazzi - Non conosco molto il suo caso. Certo, se da parte dei vescovi è indispensabile mantenere la comunione con il Collegio episcopale (Papa e vescovi, a cominciare da quelli più prossimi), da parte della Chiesa è necessario accettare, anche con gratitudine, che ciascuno attui i propri carismi, tenendo conto che nella storia è sempre stato inevitabile che "profeti" risultino scomodi. Se non scomodano, che profeti sono?

TdF - Come possiamo fare, come credenti e come Chiesa, per sostenere l’opera di mons. Samuel Ruiz, prima che divenga un altro martire sulla cui tomba pregare?

Mons. Bettazzi - Dobbiamo continuare l’opera di sollecitazione dell’opinione pubblica e dell’informazione e di solidarietà verso di lui, da esprimere in forma pubblica.

TdF - Che cosa dice in particolare, secondo lei, oggi, la Parola di Dio al popolo di Dio?

Mons. Bettazzi - Che (cfr. 1Gv 4, 19) non si può dire di amare Dio, che non si vede, se intanto non si ama il prossimo che si vede. E che (Mt 5, 23-24) se stiamo per andare a pregare e ci viene in mente che il nostro fratello (individuo, categoria sociale, popolo povero del mondo) ha qualcosa contro di noi, dobbiamo prima andare a riconciliarci con lui, e poi allora andare a pregare. 1995

Il Messico in guerra contro il Chiapas

(di Maurice Lemoine; Le Monde Diplomatique, marzo 1995)
La bufera finanziaria, che ha scosso il Messico e colpisce il mondo intero con le sue onde d'urto, ha rivelato la fragilità di questo "mercato emergente", citato ancora ieri come un simbolo del liberalismo trionfante applicato al terzo mondo. Per salvare il sistema ed evitare il fallimento degli imprudenti speculatori, la comunità internazionale ha concesso al Messico 50 miliardi di dollari, a condizioni durissime, tra cui la messa sotto tutela del suo petrolio. Ancora una volta, saranno i ceti medi e le fasce più diseredate della popolazione a pagare le spese di questi sconquassi. La violenta offensiva condotta dall'esercito federale contro gli insorti zapatisti nel Chiapas testimonia la necessità impellente dei governi di ripristinare la "stabilità" indispensabile per il "ritorno della fiducia" degli investitori stranieri.

A qualche chilometro dal clima pesante di Las Margaritas, l'ultimo sbarramento dell'esercito federale messicano si apre su una pista sassosa. Dopo una svolta della strada in terra rossa sorge la prima postazione dei ribelli. Uniformi grigioverdi, facce a metà coperte dai paliacate (fazzoletti rossi), fucili di calibro rispettabile. Conciliaboli. Autorizzazione a proseguire. I fari non mollano la pista, sempre più ripida e dissestata.
Nelle tenebre, luci tenui e intermittenti, qualche capanna desolata. Allo sbarramento successivo, volti coperti da passamontagna, armamenti considerevoli. Verifiche cortesi ma minuziose. Un contadino rimasto in giro a quest'ora della notte subisce un controllo ancora più pignolo; è interrogato e perquisito in modo brusco, e si sforza di spiegare il suo caso.
Appelli radio nel buio. Sigarette accettate senza ritegno.
Domanda quasi ansiosa: "Non hai per caso il giornale di oggi?" Alla luce delle torce elettriche leggono precipitosamente i titoli, scorrono le pagine interne, si bloccano su una parola...
Qualche metro più in là, una lontana voce femminile gracchia a tratti nella rice-trasmittente. Quando la radio tace appare una figura massiccia: "Potete proseguire". Non prima però di un'ultima supplica, diretta stavolta da dietro l'alone di un debole raggio di luce: "Non avresti per caso una o due pile per le nostre lampade?" Un esercito tutt'altro che opulento, e certo non da operetta. Un esercito di contadini indios. Più avanti sorge Guadalupe Tepeyac, bastione avanzato, in piena foresta, dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln).
L'avvertimento era stato dato dal Comitato rivoluzionario clandestino indigeno-Comando generale dell'Ezln (Ccri-Cge) fin dal 6 dicembre 1994, in un memorandum inviato al governo, tenuto segreto fino al 19 dello stesso mese: l'insediamento al potere di Eduardo Robledo, fraudolentemente eletto a governatore del Chiapas nello scorso mese di agosto, sarebbe stato considerato come un atto di guerra. Gli veniva chiesto di dimettersi in favore del candidato dell'opposizione Amado Avendano, ritenuto il vero vincitore, sostenuto dal Partido revolucionario democratico (Prd) e da una parte della società civile. La risposta è stata inequivocabile: il nuovo presidente della Repubblica Ernesto Zedillo si è recato a Tuxtla Gutierrez, capitale dello stato, per presenziare di persona all'insediamento di Robledo. Era la fine della tregua in vigore da undici mesi. A San Cristobal de las Casas, Avendano si autoproclama "contro-governatore". Dal canto suo, l'Ezln entra in azione: occupa, praticamente senza sparare un colpo, 38 municipios e annuncia la formazione di "comuni liberi e ribelli" dove saranno applicate le "leggi rivoluzionarie zapatiste". Logica dell'escalation militare: tra il 21 e il 28 dicembre, 60.000 uomini dell'esercito federale riconquistano le località occupate.
Tuttavia, anche stavolta i belligeranti evitano accuratamente lo scontro. Più che una guerra aperta, una grande partita a scacchi. A questo punto, forte del suo successo militare, Zedillo fa una concessione, sia pure obtorto collo: riconosce come interlocutore per il dialogo con gli zapatisti la Commissione nazionale di mediazione (Conai) presieduta da mons. Samuel Ruiz, un vescovo che ha dedicato la vita alla difesa delle comunità indigene. Il prelato non è molto ben visto negli ambienti del potere, e neppure... in Vaticano. Il 15 gennaio 1995, grazie agli sforzi della Conai si giunge a un accordo. Mentre le truppe federali si ritirano dalle zone già occupate dagli zapatisti e recentemente riconquistate, l'Ezln annuncia un cessate il fuoco unilaterale a tempo indeterminato. ...........

NON ISOLIAMO SAMUEL RUIZ.

Il 4 novembre scorso il gruppo paramilitare priista "Pace e Giustizia" ha attentato a Tila (Chiapas), con un'imboscata, la comitiva comprendente i vescovi Samuel Ruiz Garcia (presidente pure della Commissione Nazionale di Intermediazione- CONAI) e Raul Vera Lopez, nella quale sono risultati feriti da arma da fuoco i contadini José Pedro Perez P., José Vazquez P., e Manuel Perez P. Due giorni dopo la signora Maria de la Luz Ruiz Garcia, sorella del vescovo Samuel Ruiz, e' stata accoltellata durante una seconda imboscata, dentro la sua casa. Questi attentati rappresentano l'ennesimo intimidazione nei confronti di chi e' vicino alla lotta che gli indios zapatisti stanno conducendo. Dal canto nostro questi attentati ci fanno ritornare alla mente la morte annunciata di Monsignor Oscar Romero in Salvador, il quale, come suo fratello Ruiz, aveva scelto di stare dalla parte di coloro a cui vengono negati la dignita', la liberta' e la giustizia.
Il primo passo di questa strategia consiste proprio nell'isolare, perseguitare, delegittimare l'opera della diocesi di San Cristobal a favore delle comunita' indigene, solo questo rende possibile perpetrare agguati di questo genere. La stessa chiesa messicana, nelle sue gerarchie, sta contribuendo a qesto isolamento.
Se e' questa la risposta che il governo messicano ha dato alla recente e impetuosa marcia dei 1.111 zapatisti (uno per ciascuna comunita' esistente) e alle sue coscienti richieste (smilitarizzazione del paese rispetto degli accordi siglati dal governo e dall'E.Z.L.N. il 16 febbraio 1996!!!) noi dobbiamo oggi ribadire al Monsignor Samuel Ruiz e a tutti coloro che stanno appoggiando le richieste di negoziazione e di riconoscimento dell'E.Z.L.N. tutta la nostra solidarieta', ricordando l'impegno e l'opera che svolge sia come mediatore del conflitto che come fratello degli zapatisti proprio il candidato al Nobel per la Pace Monsignor Samuel Ruiz.
Per questo VENERDI' 14 NOVEMBRE vogliamo portare la nostra testimonianza sotto l'Arcivescovado di Milano e chiedere a Monsignor Carlo Maria Martini di prendere inequivocabilmente una posizione di sostegno dell'operato della diocesi di San Cristobal impegnandosi affinche' l'impegno di Samuel Ruiz venga conosciuto attraverso le sue parole anche nella diocesi di Milano. Invitiamo per tanto tutte le organizzazioni e i singoli impegnati in una battaglia contro le angherie del neoliberismo a portare la propria testimonianza a partire dalle 17.00 in Piazza Fontana.
Il presidio seguira' alle 18.00 in Piazza Duomo.
Associazione Ya Basta, per la dignita' dei popoli contro il neoliberismo 02 / 6705185
Coordinamento milanese di appoggio alla lotta zapatista 02 / 48700405
Forum delle associazioni contro il neoliberismo. 04 / 58315437
http://www.tmcrew.org/chiapas/chiapas2/ruiz.htm


Comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno- Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale Messico
7 novembre 1997
Al popolo di Messico:
Ai popoli e ai governi del mondo:
Alla stampa nazionale ed internazionale:
Fratelli e sorelle:
In relazione agli ultimi avvenimenti nel sudorientale stato messicano del Chiapas, il CCRI-CG dell'EZLN dichiara:
Primo. L'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale condanna energicamente l'imboscata del 4 novembre 1997, nel municipio di Tila, contro una comitiva comprendente i vescovi Samuel Ruiz Garcia (presidente pure della Commissione Nazionale di Intermediazione) e Raul Vera Lopez, nella quale sono risultati feriti da arma da fuoco i contadini José Pedro Perez P., José Vazquez P., e Manuel Perez P. Ripudiamo pure l'attentato contro la signora Maria de la Luz Ruiz Garcia, sorella del vescovo Samuel Ruiz, avvenuto in San Cristobal de Las Casas il 6 novembre 1997.
Secondo. L'EZLN ricorda pure all'opinione pubblica le decine di omicidi contro indigeni e le migliaia di sfollati che sono state provocate in Los Altos e nel nord del Chiapas dai gruppi paramilitari appoggiati dal governo federale e da quello statale.
Terzo. L'EZLN solidarizza con la diocesi di San Cristobal e con la Conai per la nuova scalata di molteplici aggressioni.
Quarto. L'imboscata contro il presidente della Conai e l'attentato contro sua sorella devono essere intesi come parte di una nuova tappa della guerra nel Sudest messicano. Si deve calcolare il prezzo politici e sociali che costerà risolvere con la violenza, e mediante attentati criminali, le richieste dei popoli indigeni ribelli.
I recenti attentati hanno l'obiettivo di far arrivare all'EZLN un chiaro messaggio governativo: Nè mediazione, nè dialogo, nè Pace.
Così, questi avvenimenti non fanno altro che confermare i continui avvertimenti che come EZLN lanciamo alle organizzazioni non governative rispetto al fatto che il governo federale prepara la soluzione militare del conflitto e non ha nessuna intenzione di camminare per la via del dialogo e del negoziato.
Ancora una volta si dimostra che la violenza proviene dai governanti e non dai ribelli zapatisti.
Quinto. Il governo di Ernesto Zedillo continua la sua guerra contro i popoli indigeni zapatisti. Così è confermato dalle recenti dichiarazioni del cosiddetto "commissario per la Pace'' del governo federale, Pedro Joaquin Coldwell, nelle quali ribadisce che la strategia governativa per il Chiapas è guidare ed alimentare il conflitto in modo che si possa presentare alla pubblica opinione come una guerra fra indigeni, una divisione interna dell'EZLN, una disputa EZLN-diocesi di San Cristobal, una "perdita di controllo" o una "radicalizzazione" della dirigenza zapatista. Tutto questo lo abbiamo già ascoltato prima e sempre come preludio di una azione militare contro di noi.
Sesto. Di nuovo la guerra minaccia la nazione. Quelli che calcolano che i costi saranno bassi si stanno sbagliando. Tutto si vedrà dal basso.
Settimo. Sappiamo bene ciò che seguirà dopo le minacce contro la mediazione. Siamo pronti.
Democrazia!
Libertà!
Giustizia!
Dalle montagne del Sudest messicano.
CCRI-CG dell'EZLN.
Messico, novembre 1997.
Rubrica del subcomandante Marcos
(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)

Natale di orrore in Chiapas
San Cristobal de Las Casas
26 dicembre 1997


Buon Natale... un Natale di orrore qua in Chiapas! "Questa notte nasce un bambino morto...", cosí Samuel Ruiz celebra la messa del 24 dicembre nella cattedrale di San Cristobal de Las Casas. Le lacrime gli impediscono di continuare.
La sera del 24 Samuel Ruiz tiene un'orazione nella piazza dominata dalla cattedrale. Molta gente si riunisce attorno al vescovo portavoce degli indigeni; Samuel Ruiz ha sempre mantenuto le distanze dall'uso delle armi e quindi dall'EZLN.
Mercoledí sera erano presenti anche alcuni "desplazados" di Chenalhó. Tra le lacrime e i canti di dolore della gente, il vescovo annuncia la messa che si terrá il giorno dopo a Chenalhó. Dopo il massacro - perché di un massacro si é trattato: gente uccisa a colpi di machete, donne incinta sventrate, bambini mutilati - il nord del Chiapas é bollente: la polizia lascia spazio all'esercito federale che sta occupando e presidiando il territorio come non aveva mai fatto dal primo gennaio '94 sino ad ora.

Il giorno precedente il massacro, il 21, un gruppo di priisti si rifugió ad Acteal e a Polhó, per sfuggire alle minacce e alle rappresaglie dei propri comopagni: si rifiutavano infatti di prendere le armi e di assaltare i fratelli indigeni di Acteal. Questi annunciarono agli indigeni dell'Abejas - un organizzazione filozapatista, che peró si é sempre distinta dall'EZLN dichiarando il proprio pacifismo e ripudio per l'uso delle armi - che ilgiorno seguente ci sarebbe stato un attacco in forze contro la comunitá di Acteal. Gli indigeni di Acteal sottavalutarono ció che poteva succedere: era giá successo infatti che si sapesse con un certo anticipo di attacchi contro le comunitá, peró sempre era stato sufficiente porre alcuni uomini di guardia per sventare il massacro e permettere alla gente di scappare. "Questa volta i paramilitari stanno esagerando", questo devono aver pensato gli uomini della Seguridad Publica (l'EZLN ha intercettato alcune trasmissioni radio della polizia ed ha denunciato che il governatore del Chiapas, Julio Cesar Ruiz Ferro, era continuamente aggiornato su come si svolgeva l'"operazione"); sul luogo del massacro, nel momento stesso dell'accaduto, era presente un camion della polizia che ha assistito alla scena senza muovere un dito. A un certo punto peró si devono essere resi conto della ferocia dell'attacco; sparano qualche colpo in aria come a voler avvisare i priisti che forse si stava esagerando: i priisti peró non si fermano e sventrano donne incinta, aprono la testa ai bambini a colpi di dum-dum e machete. Ció che é successo martedí scorso non ha precedenti: per il numero di persone che hanno partecipato all'attacco - pare che fossero una sessantina! - e per la modalitá: l'attacco é stato portato anche dal bosco; la comunitá é stata circondata ed attaccata; chi tentava la fuga é stato inseguito, raggiunto e ucciso. La sorpresa ha condannato gli indigeni raccolti in preghiera alla morte piú crudele.
La situazione è questa: molti indigeni priisti si stanno rifiutando di far parte della guerra sporca contro i propri fratelli e diventano anch'essi obiettivo dei paramilitari. Non è un caso infatti che solo qualche settimana fa i priisti denunciarono, e per questo bloccarono il dialogo di pace, gli zapatisti di aver fatto sparire un loro militante. Solo qualche giorno dopo i giornalisti in visita a Polhó scoprirono la presenza del "desaparecido" tra le fila dei "desplazados". Questo rivelava ció che stava succedendo: lui era un rifugiato che si rifiutava di rubare e assaltare gli indigeni zapatisti e scappava alle minaccie dei paramilitari.

Il 25, il giorno di Natale, si tiene a Polhó una messa celebrata dal vescovo di San Cristobal, Samuel Garcia Ruiz. Una messa alla presenza di numerosi giornalisti, giunti nei giorni precedenti. La messa si conclude e parte un marcia che da Polhó porta la bare dei defunti verso Acteal. Alcuni camion della polizia scortano la carovana della disperazione. A un certo punto sulla strada, ma in senso contrario, compare un camion con una quarantina di priisti, anch'esso scortato dalla polizia. Gli indigeni a piedi osservano priisti e riconoscono in questi gli assassini dei propri padri e fratelli. La polizia che scortava la marcia funebre arresta, di fronte gli occhi dei colleghi che scortavano i priisti, quarantasette persone. Giustizia è fatta!
Il discorso che il presidente federale, Ernesto Zedillo, aveva tenuto nel pomeriggio del 23 per tutte le televisioni nazionali ha avuto un senso.
Il governo statunitense aveva portestato ufficialmente ed aveva invitato il governo messicano a risolvere la crisi nel sud-est messicano. Zedillo, appresa la notizia del massacro, comunica ai cittadini la sua volontá di fare giustizia.
Numerosissimi uomini della PGR - la Progaduria General de la Republica - sono giunti in questi giorni nel nord del Chiapas. Evidentemente il governo messicano si rende conto del pericolo che puó costare un fatto del genere a livello internazionale. Il governo statunitense protesta, l'Unione europea - con la quale il Messico sta stringendo patti commerciali di una certa rilevanza - prende le distanze e annuncia che il rispetto dei diritti umani in Messico é condizione indispensabile per poter parlare di qualsivoglia accordo. Ed allora il Pri chiapaneco tradisce i suoi strumenti di tortura e di morte: ordina ai paramilitari di passare per la stessa strada per la quale si stava svolgendo la marcia funebre; la polizia arresta i colpevoli del massacro piú atroce e violento dall'inizio della guerra sporca, la guerra di bassa intensitá insegnata nelle scuole americane e praticata da piú di dieci anni nel centro e sud America. Giustizia é fatta!
Purtroppo il fumo gettato agli occhi del mondo non é sufficiente a coprire la realtá: ieri sera alcuni priisti hanno circondato, e pare fatto prigionieri, alcuni simpatizzanti zapatisti nei pressi di Acteal. Al momento non si conosce ció che sta succedendo; un'ipotesi da prendere in considerazione puó essere questa: i priisti prendono prigionieri alcuni indigeni zapatisti per richiedere la liberazione dei propri compagni. Sinoora peró non si sa niente. La sensazione è che si sia alla porta della guerra. L'EPR - Esercito Popolare Rivoluzionario, un altro gruppo armato presente soprattutto nello stato del Guerrero - per sua parte fa sapere al governo federale attraverso un comunicato che si sta preparando, che i suoi uomini si stanno organizzando per affrontare un'eventualitá del genere. Nel nord del paese l'esercito federale ha intensificato i propri movimenti; in piú dagli stati di Yucatan e Quintana Roo, al nordovest del Chiapas, sono arrivate altre truppe nella "zona calda". L'aria che invece si respira qua a San Critobal è di calma e tranquillitá. Neanche un genocidio di tale portata, pare, puó smuovere le coscienze dei "colectos", i terratenientes della ridente e turistica cittadina chiapaneca. Qui in cittá la gente vive come niente fosse! Ora si stanno attendendo novitá, perché la situazione é in continuo movimento...
Bene... cioè... sempre peggio!
Dal sudest messicano, ovvero dal mondo, Mateito
(KOLLETTIVO ESTRELLA ROJA, Cesena, Italia, pianeta Terra)
http://amolt.interfree.it/Messico/storia12_chiapas_d.htm


La Jornada 10 gennaio 1998
Samuel Ruiz, zapatista!

Ha accusato un capo militare a titolo personale
Juan Manuel Venegas, inviato, e Angeles Mariscal, corrispondente, Tuxtla Gutiérrez, Chiapas., 9 gennaio 1998

Il comandante della Settima Regione Militare, generale José Gómez Salazar, ha accusato oggi a mezzogiorno il vescovo di San Cristóbal de Las Casas, Samuel Ruiz García, di essere "coinvolto" con l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).
Undici ore più tardi, il militare ha corretto in un bollettino: "L'accusa l'ho fatta a titolo personale, non ufficialmente, e semplicemente è stata un'espressione".

A mezzogiorno, intervistato nel dopo aver presentato ai mezzi di comunicazione l'armamento, gli equipaggiamenti di radiocomunicazione, le divise e diversi documenti che - ha assicurato - sono appartenute all'EZLN, Gómez Salazar ha detto che l'Esercito Messicano manterrà i pattugliamenti in tutto il Chiapas, con il proposito di applicare "indiscriminatamente" la Legge Federale sulle Armi da Fuoco. Gli equipaggiamenti e i documenti probabilmente zapatisti sono stati rinvenuti a Yolchiptic, municipio di Altamirano, e secondo il generale Gómez Salazar, sono prove del coinvolgimento di Ruiz García nel movimento guerrigliero.

Alcuni dei documenti ritrovati sono, tra altri, il libro dei Los derechos de los hombres y las mujeres, di Carlos Lenkersdors, edito nel 1996 dalla diocesi di San Cristóbal in lingua tojolabal, che contiene diversi "aspetti della dottrina della Teología di Liberazione adattate alle tradizioni delle etnie chiapaneche", così come i tomi I e II del libro Por el bien de Jesucristo, hermanos, di Samuel Ruiz García, edizioni Lacastalia di San Cristóbal, scritto in 1993, anche in tojolabal.
Durante una intervista con i giornalisti è stato chiesto al militare:
-- La presentazione di questi documenti e la menzione di alcuni di essi elaborati dalla diocesi di San Cristóbal, e concretamente dal vescovo Samuel Ruiz, è una prova che sta presentando l'Esercito del coinvolgimento del vescovo nel movimento armato?
-- Come dice un nostro bollettino stampa, per noi è chiaro, dunque è ovvio che è coinvolto. Alcune personalità, altre istanze, nei documenti si vede perfettamente.
-- Ci sono anche documenti con liste di presunti miliziani e città. A che si riferiscono?
-- Lì si vede lo stato del Chiapas. I documenti si stanno analizzando. Mostrano Los Altos, la zona nord, le Vallate e la parte della frontiera; cioè, le regioni dove esistono componenti di questo gruppo.
-- Possono essere chiavi anche i contenuti di quei documenti?
-- Logicamente, sono tipi di appello, con ciò si identificano durante loro trasmissioni radio.
-- Rispetto al vescovo Samuel Ruiz, è coinvolto direttamente con l'EZLN?
-- Ho già commentato ed è già determinato nel bollettino stampa (quello che è stato fatto conoscere in questa città dal generale brigadiere Jorge Alberto Cárdenas Cantón, direttore generale di Comunicazione Sociale di la Sedena, che ha enumerato ciascuno degli oggetti ritrovati).
-- Generale, questa mattina è stato detto che c'erano scontri ad Ocosingo.
-- Niente, non è certo. Restiamo qui per appoggiare il personale dei profughi a causa del massacro del 22 di dicembre. Restiamo per aiutarli, applicando sia il lavoro sociale che facendo un'attività molto importante che è quella di dare sicurezza alla popolazione, ai luoghi in cui vivono, per evitare che si sparga ancora sangue.
-- Di fronte all'annuncio dell'EZLN che non abbandonerà le armi quali sono le istruzioni date all'Esercito Messicano?
-- Logicamente, l'applicazione della Legge Federale sulle Armi da Fuoco. Lo faremo in tutto il territorio del Chiapas, indiscriminatamente.
-- Si è saputo che ad Altamirano ci sono già proteste della popolazione per violazione dei diritti umani.
-- E' una bugia. Ciò è falso.
-- Creerebbe dei problemi alla ripresa del dialogo l'avanzamento dell'Esercito verso le Vallate?
-- No, in nessun modo. Questa è una istanza di carattere politico che continua e noi avvalliamo ciò e siamo coscienti che deve essere così.

Da La Jornada dell'8 giugno 1998

SAMUEL RUIZ ANNUNCIA
IL DISSOLVIMENTO DELLA CONAI A CAUSA DELLA STRATEGIA UFFICIALE DI GUERRA

Ieri notte Mons. Samuel Ruiz, vescovo di San Cristobal de Las Casas, ha annunciato in una lettera la sua riunucia alla presidenza della CONAI e lo scioglimento di questa istanza di mediazione che da anni lavora per una soluzione pacifica al conflitto del Chiapas. Le motivazioni principali che hanno condotto la CONAI a questa decisione sono "l'evidente abbandono da parte governativa del percorso del dialogo, secondo il modello osservato al tavolo di San Andrés e per la decisione del governo di eseguire unilateralmente quanto accordato invocando un dialogo diretto senza necessità di alcuna mediazione".
Samuel Ruiz ha ricordato che nonostante gli accordi raggiunti dal governo messicano e l'EZLN al Tavolo 1 di San Andrés, l'esecutivo ora li considera inaccettabili e per questa situazione l'Esercito Zapatista ha pronunciato le sue ultime parole e si è immerso in un comprensibile e pesante silenzio che è stato letto dall'altra parte come un rifiuto al dialogo".
Inoltre il vescovo ha denunciato che il governo di Zedillo ha iniziato una costante e crescente aggressione alla Diocesi di San Cristobal, alla mediazione ed alla sua persona, in una campagna messa in movimento da diverse istanze governative e dallo stesso esecutivo.
"Questa persecuzione", ha dichiarato mons. Ruiz, "ha avuto inizio sin da prima del 1994, con una persecuzione sistematica che si è concretizzata in numerose azioni come l'espulsione di sette sacerdoti per mezzo di accuse false; il rifiuto del permesso di soggiorno di agenti pastorali stranieri, l'incarcerazione di quattro sacerdoti con false accuse e in flagrante violazione dei diritti umani; la chiusura di 40 chiese alcune delle quali occupate dall'Esercito Messicano; ordini di cattura a numerosi sacerdoti, religiosi, missionari e la pressione su contadini per farli affermare che la diocesi consegna loro le armi".
In un documento intitolato "Per la pace: una maggior partecipazione della società", la CONAI ha constatato che il governo continua a smantellare le condizioni necessarie al dialogo e al negoziato attraverso i seguenti fatti:
.la crescente militarizzazione delle comunità indigene, soprattutto a partire dal massacro di Acteal;
.la moltiplicazione dei gruppi paramilitari, che continuano ad agire nella più assoluta impunità contro i popoli indigeni;
.il mancato adempimento delle procedure e dei contenuti dei diversi accordi di San Andrés, specialmente quelli relativi ai diritti e alla cultura indigeni;
.l'escalation dell'utilizzo della forza contro i municipi autonomi, attuata dal governo del Chiapas e aggravata dalla recente proposta unilaterale di ri-municipalizzazione;
.la dolorosa ed irrisolta realtà dei rifugiati interni "desplazados" e dai simpatizzanti zapatisti ingiustamente incarcerati;
.le campagne diffamatorie e le crescenti aggressioni deliberate e dolose contro la Conai e in special modo contro il suo presidente.

Il gruppo degli ex membri della Conai hanno esortato la società civile del Chiapas, del Messico e del Mondo, le forze politiche del paese, perché assumano un ruolo più attivo che "freni le strategie di guerra del governo e favorisca una pace giusta e con dignità, che non potrà essere possibile senza il rispetto dei diritti collettivi dei popoli indigeni e un avanzamento significativo per la riforma dello Stato e la transizione alla democrazia".

La segreteria di Governo (il ministero degli interni messicano) ha ribadito che continuerà a cercare la via diretta al dialogo e il negoziato con l'EZLN mentre riguardo alle dimissioni di Samuel Ruiz e lo scioglimento della Conai l'ufficio governativo per le questioni religiose ha assicurato che per quanto riguarda la persecuzione religiosa le affermazioni del vescovo sono "carenti di verità e tendenziose oltre che false e dolose". Afferma che le distanze col presidente della Conai sono politiche e non pastorali e che il vescovo ha promosso l'ingerenza degli stranieri nelle questioni nazionali".
http://www.ipsnet.it/chiapas/080698j2.html


RUIZ UN VESCOVO NELLA RIVOLUZIONE

di ALFIO NICOTRA da "Liberazione" 3/11/1999

Samuel Ruiz lascia, per raggiunti limiti di età, la diocesi di San Cristobal de Las Casas.
Quando vi arrivò, 40 anni fa, era il più giovane vescovo del Messico.
Fu scelto dalla gerarchia ecclesiastica per il suo orientamento conservatore.
Figlio di una famiglia agiata della borghesia messicana a Samuel Ruiz Garcia era stato affidato un compito semplice: mantenere lo status quo.
Tutto appariva inamovibile in una terra ricca di foreste, pascoli, corsi di acqua e giacimenti di preziosi minerali.
Quelli che stavano di "sopra"- i terratenientes ed i grandi allevatori - avrebbero continuato a starci in eterno con la benedizione divina.
Quelli che stavano di "sotto", la moltitudine degli indios e dei campesinos, avrebbero continuato a lavorare come schiavi, morendo stremati nei campi con la zappa tra le mani ed il santino della Madonna di "Guadalupe" nella tasca sdrucita dei pantaloni.
Il matrimonio perverso tra la spada e la croce qui, come ai tempi della conquista, si rinnovava ogni giorno contro ogni tentativo di emancipazione e di riscatto delle popolazioni indigene.
Samuel Ruiz Garcia passa i primi mesi del suo mandato pastorale da un pranzo all'altro, invitato a rendere gli onori di casa nelle dimore dei potenti, servito a tavola da colorate indigene silenziose, quasi non avessero il dono divino della parola.
Il giovane Samuel aveva però occhi per vedere l'immane miseria dei molti sulla quale si fondava l'invereconda ricchezza dei pochi.
Aveva orecchie per ascoltare quelle donne mute ma che in verità erano in grado di parlare una babele di lingue.
Vedendo ed ascoltando don Samuel venne convertito dai poveri.
Scelse di stare con quelli di "sotto".

All'improvviso.
Con naturalezza ruppe il perverso legame tra la Chiesa e la spada.
Era la Chiesa che doveva genuflettersi ad una miriade di culture sagge ed antiche, rispettose della terra e dell'uomo, che parlavano al cuore indigeno della montagna e che resistevano alla cruda assimilazione al pensiero unico dell'uomo bianco.
Vietò ai suoi catechisti di insegnare lo spagnolo, la lingua degli oppressori, se prima non avessero loro imparato la lingua di quei villaggi.
Recitò messe nei pueblos della selva imparando umilmente idiomi, riti e tradizioni di quei popoli.
Il Concilio Vaticano II lui lo fece così, incarnandolo nella grande dignità di civiltà millenarie, attualizzandolo nel dolore e nella speranza di una moltitudine di senza volto e voce.
Il messaggio evangelico - portato di casa in casa da un esercito di 5mila catechisti - scavava nella coscienza, liberava l'anima dall'idea dell'ineluttabilità dell'essere schiavi.
Si gettava il seme della disubbidienza alle ingiustizie.
Quando il 1 Gennaio 1994 , migliaia di volti coperti da un passamontagna, invasero armati decine di municipi nel sud/est messicano, passata la sorpresa per le "bestie indios" che insorgevano contro una secolare cancellazione, vide gerarchie ed opulente élite levare l'indice contro don Samuel, l'obispo rojo (il vescovo rosso).
Era lui il corruttore delle primitive e "buone" menti degli indigeni, che - sempre secondo costoro - stavano bene nella loro condizione di apartheid che li preservava dal male del mondo.
Ruiz il capo della rivolta.
Questa ossessione dei vari Salinas e Zedillo di turno, dei vertici militari e degli autenticos coletos (i discendenti dei conquistatori) era una accusa che puntava a decapitarne la testa, come quella di Giovanni Batista sul vassoio della figlia di Erode.
Non avevano capito o non volevano capire che gli zapatisti avevano un "capo" collettivo, il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno.
Il nucleo di una società liberata, un comitato multietnico che sfidava le divisioni arricchendosi delle differenze.
Il Presidente Zedillo voleva Samuel Ruiz in galera.
Nel febbraio del '95 lo convocò per questo a Los Pinos , la residenza presidenziale.
Gli sventolò sotto gli occhi il mandato di cattura, mentre i suoi uomini armati di tutto punto invadevano la Selva nel tentativo di uccidere Marcos e gli altri comandanti dell'Ezln.
Ma l'esercito federale ed i consiglieri del Pentagono non potevano conoscere il grande orecchio della foresta Lacandona, il tam tam millenario che avvisò gli zapatisti di non presentarsi all'incontro con il mediatore governativo.
Zeddillo ripose furioso il telefono che gli comunicava del fallimento dell'imboscata e lasciò andare via Ruiz.
Ad aspettarlo trovò la furia dei paramilitari che tentarono l'assalto alla cattedrale.
Un muro umano, uomini, donne, bambini indios, impedì che i priististi ubriachi di sangue compiessero il loro delitto.
Per giorni e notti stettero a centinaia lì davanti alla Chiesa, a vigilare sul loro "Tatic" (Padre).
La forza della moltitudine contro l'arroganza dei più sofisticati sistemi d'arma.
Una guerra impari.
Ma di fronte a tanto eroismo anche "L'Osservatore romano" fu costretto a scendere in campo a sostegno di don Samuel rompendo l'omertoso silenzio che aveva contraddistinto il Vaticano fino ad allora.
Ostinato uomo di pace don Samuel guidò con generoso impeto la Conai, la Commissione di intermediazione tra l'Ezln ed il Governo.
Fu la sua firma e quella del presidente della commissione parlamentare di concordia e pacificazione (Cocopa) ad aggiungersi come garanzia a quella del comandante David e del rappresentante del governo federale sugli accordi di pace di San Andres.
Ma gli accordi rimasero sulla carta.
Mai tradotti in legge di riforma costituzionale.
Mille volte traditi nelle imboscate e nei massacri (quello di Acteal fu un delitto preordinato dal Pri, il partito di Stato).
La guerra a bassa intensità significa asfissia per la povera economia indigena.
Eppure quei popoli indigeni continuano a non piegarsi.
Il Vaticano - nella sua posizione altalenante nei confronti della diocesi "ribelle"- tentò di commissariarla affiancando a Samuel Ruiz un grigio prelato dell'apparato ecclesiastico, Raul Vera Lopez.
Ma, come era successo con il giovane Samuel, non aveva fatto i conti con la capacità dei poveri di convertire.
Ed il "commissario" si trasformò così in un energico compagno di lotta di Samuel Ruiz.
Se sarà lui a succedergli alla guida della diocesi fondata da Fra Bartolomeo de Las Casas, la teologia india e l'impegno per la pace sarà salvo.
Certo la voce profetica di Samuel Ruiz Garcia mancherà a tanti, specialmente agli indios.
Alla sua gente di cui - anche nei momenti più drammatici - ha sempre cercato di dare una parola di speranza.
Come durante l'omelia dei funerali delle 45 vittime di Acteal.
"Quando la notte si fa' più buia- affermò - è il nuovo giorno che si avvicina".

1999

SULLE INIZIATIVE DURANTE IL SUMMIT DEI G8 A BIRMINGHAM 16/17 MAGGIO E L'INCONTRO A GINEVRA DEL WTO ( ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO)

LA PROPOSTA DELLA TEOLOGIA INDIA PER IL TERZO MILLENNIO
ELEAZAR LÓPEZ HERNÁNDEZ
Facendo seguito ai due interventi di mons. Samuel Ruiz sulle "culture indie e il soffio dello Spirito (ottobre e novembre ’98), presentiamo il contributo di un teologo tra i più impegnati nella "teologia india", appartenente al popolo zapoteca di Tehuantepec, Messico. La cultura indigena è diventata un riferimento obbligato per quanti desiderano un mondo più giusto per il futuro.
A dieci anni dalla morte di mons. Leonidas Proaño, scorgiamo più chiara la "risurrezione indigena" da lui profetizzata: gli indios "hanno cominciato ad aprire gli occhi e vedere; hanno iniziato a sciogliere la loro lingua e recuperare la loro parola con coraggio; hanno cominciato ad alzarsi in piedi e camminare; hanno cominciato a organizzarsi, a porre atti che saranno di enorme importanza per loro, per i paesi dell’America e per il mondo".
Ci troviamo, come ha detto un altro profeta, mons. Samuel Ruiz, in un kairós che ci scuote e ci dà vita nuova. Possiamo affermare che la Ruah della Genesi aleggia di nuovo sopra il caos attuale, per trasformarlo in seno materno che generi forme più umane di vita
.
Noi indios avvertiamo questo passaggio creatore e liberatore di Dio tra noi. Per la forza dello Spirito che ci muove, possiamo camminare senza paura sulle acque del neoliberismo, come fece il Signore Gesù sul mare agitato di Genezaret. E possiamo invitare altri fratelli a camminare con noi sopra le onde minacciose dei tempi moderni: possiamo far sì che Cipactli, energia del caos originario, si trasformi di nuovo in montagne solide, in fiumi e lagune feconde.

CI SONO MOTIVI DI SCORAGGIAMENTO, MA SIAMO POPOLI DI SPERANZA
L’affermarsi del neoliberismo ha aggravato la situazione dei popoli indios. Al secolare abbandono, all’emarginazione e allo sfruttamento delle risorse, si sono aggiunte le politiche indigeniste di integrazione forzata. Vengono imposti schemi che escludono i nostri popoli dalla vita nazionale con progetti di fatto etnocidi e perfino genocidi, oppure li costringono a svolgere ruoli indegni, a scopo turistico o di folklore. Aggressioni e massacri impuniti di comunità indigene a causa di interessi macroeconomici, o semplicemente per razzismo inveterato, si sono moltiplicati: basti pensare al Guatemala degli anni 801 e al Chiapas negli anni 902.
Noi indios richiamiamo alla memoria i testi sacri dei nostri popoli, che parlano di angustie del tempo che ci sovrasta. Ad esempio, racconta il libro sacro dei Maya: "Salirono su una montagna tutti i Quiché, in consiglio. Erano riuniti in attesa dell’alba. La loro sofferenza era grande a causa della lunga carestia. Per questo digiunavano, quella notte, ed erano tristi. Vegliavano senza dormire e attendevano il sorgere del giorno e dicevano: siamo infelici… siamo venuti per veder sorgere il sole, ma il sole non sorge… siamo abbandonati"3.
La stessa sensazione di angustia è da noi sentita ora: la vita dei poveri non soltanto si inaridisce perché non riceve pioggia, ma è attaccata direttamente, è spazzata via. L’avanzata della modernità odierna è molto più grave e mortifera delle aggressioni di epoche anteriori, perché intacca la sorgente stessa della vita dei nostri popoli: la terra, la comunità, la cultura e la fede. Molti fratelli "hanno perso lo spirito" e la speranza. Constatando la forza enorme del mostro, alcuni arrivano a concludere che "non c’è niente da fare", è la fine.
Ma noi indios abbiamo ragioni solide per continuare a sperare. Cinquecento anni di rifiuto, di abbandono, di sfruttamento e adesso di esclusione, sono molti; questi anni di guerra e di resistenza hanno ferito la nostra capacità di lotta, ma non l’hanno distrutta. Nei pochi angoli che ci rimangono, conserviamo la forza spirituale ereditata dagli antenati.
Crediamo fermamente che anche se il Sole si è nascosto e le ombre della notte stanno facendo pesare le loro conseguenze disastrose, il nuovo Sole nascerà per portarci la vita. Come i nostri antenati, lo aspettiamo attivamente nella veglia, nella preghiera e nel digiuno. La nostra speranza ha un orizzonte infinito, non si esaurisce in qualche congiuntura favorevole. Il testo sacro maya che ho citato dice che alla fine i nostri antenati ricevettero quello che pazientemente avevano aspettato: "La stella del mattino apparve, per prima: allora aprirono i doni che avevano portato… Piangevano di gioia, ballavano e bruciavano incenso. È stata l’aurora per i nostri popoli. Quando apparve il Sole si rallegrarono anche tutti gli animali, piccoli e grandi… E tutti cantavano e gridavano… stavano in ginocchio i signori e i loro servi… il Sole era apparso per tutti".

LA PAROLA DEGLI INDIOS ORA È ASCOLTATA
Quando nel 1979 il papa Giovanni Paolo II prese contatto con gli indigeni, poté verificare l’abbandono e lo sfruttamento imposto loro da quanti hanno in mano il potere economico e politico, e si impegnò con loro ad essere "la vostra voce, la voce di quelli che sono messi a tacere". L’impegno del papa partiva dal fatto che allora non si sentiva la voce degli indigeni, non perché noi non parlassimo, ma perché non c’era chi desse importanza alla nostra voce. Nella pastorale indigenista degli anni 70 eravamo stati descritti come persone carenti di voce e di capacità di comunicazione. Eravamo "i più poveri tra i poveri"4. Perciò si cercava gente non-indigena che ci proteggesse, che parlasse per noi e agisse a nostro favore: così crebbero attività indigeniste di taglio assistenzialista e paternalista da parte della chiesa.
Negli anni 80, con la nascita del protagonismo indio nella promozione umana e nell’evangelizzazione, cominciò a configurarsi la pastorale indigena e la chiesa è diventata sempre più capace di ascoltare e di assumere la voce degli indigeni, in quanto popolo e in quanto chiesa. Come Lazzaro, siamo usciti dalla tomba centenaria, con la forza del Risorto. E questo ha smosso la società e la chiesa stessa, perché pochi credevano nella risurrezione dell’indio come frutto dell’azione di risveglio di uno che in realtà non era morto ma solo addormentato. Erano molti a pensarla come le sorelle di Lazzaro: il loro fratello, da tempo nella tomba, aveva ormai "un cattivo odore"…
I responsabili della morte degli indios, che avrebbero voluto mantenerli per sempre in quello stato, sono rimasti stupiti del fatto che l’indio si fosse levato: vorrebbero non solo rimandarlo nella tomba, ma metterci dentro anche coloro che hanno osato risuscitarlo. Per loro è una bestemmia il fatto che l’indio si sia alzato in piedi, sovvertendo l’ordine stabilito dal sistema, e osi alzare la voce per condannare la società ingiusta e per esigere la costruzione di un futuro dignitoso per tutti5.

SUL TEPEYAC ABBIAMO COLTIVATO FIORI
Secondo alcuni, noi non avremmo nulla da offrire alla società: sulle nostre montagne ci sarebbero solo pietre e spine. Non sanno che durante l’inverno che ci hanno imposto, noi indigeni sul nostro Tepeyac abbiamo coltivato svariate piante di fiori, belli e profumati. Abbiamo valori che danno senso alla nostra esistenza e alla nostra speranza. Sui nostri altopiani noi incontriamo il Dio dei nostri padri, "il Dio per cui viviamo, il Creatore degli uomini, il Padrone di tutto ciò che esiste, il Vicino e Prossimo, il Signore del cielo e della terra"6, cioè il Dio della vita, che non ci ha mai abbandonato. Da quanto abbiamo visto e udito sappiamo che questo Dio nostro e dei nostri padri è lo stesso Dio di Gesù. Per questo le strategie di morte contro di noi non hanno avuto e non avranno nessun successo. È quanto abbiamo esposto nell’incontro di Cochabamba:
"Di fronte al veleno del materialismo economico e tecnicista, che pretende di distruggere il giardino dei fiori, dobbiamo rafforzare l’energia delle nostre radici e la forza dei nostri rami, con l’autodeterminazione dei nostri popoli indigeni, con il rafforzamento dell’organizzazione, con la diffusione della sapienza indigena, con la riconquista degli spazi persi nella società, e con azioni efficaci che assicurino la partecipazione decisiva dei popoli indigeni nella preparazione delle leggi che li riguardano. Vogliamo produrre un vero cambiamento, che edifichi la casa grande dove possano vivere tutti i popoli dell’umanità, in un modo più degno, più umano, più divino. Riconosciamo che l’unico Padrone del giardino è Dio. Noi siamo i giardinieri.
Con questa convinzione, coscienti che ci sono altri popoli diversi da noi, vogliamo offrire all’America latina – senza pretese, senza arroganza, attraverso il dialogo – l’abbondante raccolto dei nostri fiori: la solidarietà, la libertà vera, il rispetto reciproco, il rispetto della natura, la fede in Dio. Per ottenere questo raccolto, dovremo mettere radici sempre più profonde nella nostra cultura, ritornare continuamente alle sorgenti della nostra sapienza e scoprire nella vita dei nostri popoli, le manifestazioni di Dio, Madre e Padre, che si è poi rivelato in Cristo Gesù.
Riaffermiamo la nostra speranza, irrorata dal sangue di migliaia di indigeni martiri: gli alberi daranno frutto, i fiumi non si prosciugheranno, i monti rinverdiranno; nella nuova aurora, tutti i popoli, uniti, danzeremo la danza della vita in pienezza, mangeremo e berremo insieme, gustando quanto Dio, Madre e Padre, ci dà in dono".

GODIAMO DEI NOSTRI FIORI: LA FESTA
La situazione economica e l’aggressione alle comunità indigene rendono difficile il mantenere le tradizioni, ma la dimensione religiosa della resistenza india ha una forza insopprimibile. La festa ha in questo un ruolo indispensabile. In ogni festa ci rinnoviamo come famiglia grande che condivide la stessa cultura, la stessa energia spirituale e gli stessi ideali. Nella condivisione della festa trasformiamo i problemi e la sofferenza quotidiana in sorriso, danza e cibo, che ci incoraggiano nella speranza del mondo nuovo, più consono con quello che hanno sognato e raccontato i nostri antenati. Nelle feste indie "la montagna e la terra riarsa, piena di pietre e di spine, grazie al nostro lavoro, si trasformano in Xochitlalpan, giardino di ogni specie di fiori rari, dove anche le pietre sembrano smeraldi preziosi e la terra risplende con i colori dell’arcobaleno"7.
Noi indios proviamo gioia nel coltivare sulle nostre montagne i fiori della nostra cultura. Godiamo del loro profumo quando li portiamo nel nostro grembo come perle del nostro linguaggio. I nostri saggi e i nostri anziani provano un vero piacere nel trasmetterli alle nuove generazioni. Ci dà gioia condividere ciò che abbiamo, anche con gente straniera che viene a visitarci. Per tradizione, l’ospitalità degli indigeni non ha frontiere. Ogni persona è sempre benvenuta, perché il forestiero o il diverso per noi è teúl8, mandato da Dio, con il quale si deve condividere in solidarietà, kórima9 o guelaguetza10. Per questo nel passato i colonizzatori hanno approfittato dei nostri antenati e li hanno spogliati dei loro beni, scambiando oro con specchietti11.

CONDIVIDIAMO I NOSTRI FIORI
La cultura indigena è diventata un riferimento obbligato per quanti desiderano un mondo più giusto per il futuro. Ma ai più la voce degli indios risulta incomprensibile. Anche se vivono vicino a noi, non ci conoscono, non si sono mai interessati della nostra vita. Il nostro linguaggio è simbolico e lo capisce soltanto chi ha bevuto con noi alle sorgenti della nostra cultura millenaria. Questa forma di comunicazione, anche se sembra rudimentale, ha di fatto più potenzialità espressiva perché è il linguaggio delle realtà profonde e trascendenti dell’amore, della speranza, della religione. I miti e i riti indigeni, nella loro semplicità, hanno una carica di contenuti umani che difficilmente potrebbero essere espressi in un linguaggio discorsivo o scientifico: perderebbero la loro forza e lo loro vivacità.
Oggi è necessario recuperare, anche per i moderni, questa semplicità e profondità del linguaggio mitico-simbolico. Perché è il modo più appropriato per esprimere il mistero del nostro essere umano e delle realtà divine.
Il linguaggio indigeno è comprensibile soltanto a chi si avvicina e partecipa, con rispetto e sintonia di spirito, alla vita del popolo: ci si deve spogliare di ogni atteggiamento di arroganza. Come ha fatto Mosé all’entrata dell’Oreb, quando il Signore gli disse: "Non avvicinarti di più, perché il luogo che calpesti è terra sacra". Lo scambio di doni, richiesto dall’inculturazione missionaria e dal Vangelo, può realizzarsi solo se l’avvicinamento si fa in ginocchio, cioè in un dialogo umile e rispettoso, per dare e per ricevere, senza imporre nulla. Questa umiltà e rispetto non sono ancora un atteggiamento abituale nei membri della chiesa.

LA "CASA GRANDE"
Il significato della proposta indigena dei nostri giorni, non ha nulla a vedere – come ci accusano alcuni – con romantici ritorni al passato. Indica, invece, il desiderio di contribuire a realizzare la nostra identità umana fondamentale: essere fratelli tra di noi, figli della Madre Terra, macehualtzintli, cioè persone degne della sofferenza provata da Dio nel crearci12.
La nostra vocazione è di trasformare, con Dio, il caos prodotto dagli interessi disumanizzanti imposti al mondo, e di mettere armonia ed equilibrio tra realtà contrapposte, facendo incrociare la strada degli uomini e delle donne con la strada di Dio13.
Facendo questo non pensiamo soltanto a noi. Le nostre proposte non sono solo per un gruppo, ma per tutti gli uomini. Desideriamo un mondo "dove possiamo stare tutti in dignità e giustizia"14. La Oikoumene india è la casa grande15 che ospiterà tutti. È Chicomostoc, o luogo delle sette grotte16, dove la diversità (sette grotte) non divide né provoca scontri, ma unisce ed affratella. I quattro angoli dell’universo si legano tra loro nella croce universale, il cui centro è la sintesi di tutto: l’umano, il divino, il cosmo.
Nella misura in cui si coglie la proposta india, si scopre che essa non si oppone alle altre impostazioni. I popoli indios, attraverso un’evangelizzazione inculturata, si incontreranno con se stessi e con il futuro che Dio ha seminato nelle loro culture fin dall’antichità. E prendendo posto, con gli altri popoli, alla tavola comune della vita, essi apriranno con fiducia le loro mani per dare e per ricevere i doni con i quali Dio ha benedetto tutte le nazioni.
Il presente costituisce un grave rischio perché soffriamo la pressione della globalizzazione, ma è anche una magnifica opportunità per sognare e per costruire, a partire dal micro e dal quotidiano, schemi nuovi di società e di chiesa, che siano effettivamente plurietniche e pluriculturali, dove possiamo vivere un’armonia e una pace vera, accettando e dando valore alle nostre legittime differenze.

ELEAZAR LÓPEZ HERNÁNDEZ
© MISSIONE OGGI

NON SIAMO UN PROBLEMA
MA UN AIUTO

Nel Terzo incontro di teologia india, a Cochabamba nell’agosto 1997, abbiamo affermato che la presenza indigena è come un’oasi di spiritualità, capace di portare freschezza e vita nella siccità strutturale che ci domina. Noi indios siamo popoli di speranza: speranza che, invece, si è andata esaurendo nel cuore del sistema dominante.
Noi indios non siamo "un problema", ma un aiuto per la soluzione dei problemi attuali. I nostri popoli trovano, come in passato, nella loro esperienza storica e spirituale, risposte umane che vale la pena raccogliere e mettere a disposizione di altri popoli.
Di fronte a coloro che nutrono riserve nei confronti della teologia india, i partecipanti all’incontro hanno mostrato, con la schiettezza di chi ha il sapore dell’esperienza, la solidità del processo di rielaborazione della sapienza religiosa dei nostri popoli e la sua capacità di offrire elementi atti ad aiutare a ricostruire la nostra identità umana in un stretto vincolo con Dio, Padre-Madre di tutti i popoli.

LA RESISTENZA DEI POVERI

Agli occhi della fede, la risurrezione degli indios è una prova che Dio è dalla parte della causa india. È l’esperienza che Mosè ha fatto di Dio nel deserto, con il roveto che bruciava. I rovi sono quasi l’unica pianta che riesce a vivere nel deserto: sono il simbolo dei popoli nomadi, in un certo senso di tutti i poveri.
Per i potenti, i rovi non sono che sterpaglia, destinata al fuoco: nel progetto neoliberista che si sta imponendo in Messico e negli altri paesi poveri, è previsto che sarà coinvolto solo il 30% della popolazione, quella qualificata come "produttiva"; il resto, indigeni, campesinos, neri e meticci, è la popolazione "eccedente". Ai fini della macroeconomia è sterpaglia che può sparire, bruciare.

Mosè arriva alla conoscenza di Dio non a partire dal fatto che i rovi bruciavano, ma quando nota che i rovi non si consumavano e ne scopre il motivo: perché Dio è colui che sostiene la vita del povero, sconvolgendo i progetti dei potenti.
È quanto succede ai nostri tempi: il sistema ha decretato la morte dei poveri ed ha acceso i fuochi dell’intolleranza, xenofobia, razzismo, aggiustamenti strutturali, misure economiche, globalizzazione dell’economia, privatizzazioni, controllo delle nascite… Il fuoco è alla massima potenza, ma i rovi non si consumano. La logica umana non può capirlo: i poveri hanno una resistenza che si spiega solo perché Dio è nella loro lotta.

CHIAPAS: MONSIGNOR RUIZ LASCIA, SUBENTRA ESQUIVEL
CITTÀ DEL VATICANO, 31 MARZO - Mons. Samuel Ruiz, vescovo del Chiapas e mediatore tra il governo e la guerriglia, lascia il suo incarico nella diocesi di san Cristobal de Las Casas, in Chiapas. Il Papa ha accettato le sue dimissioni per limiti di età e ha nominato suo successore mons. Felipe Arizmendi Esquivel, finora vescovo di Tapachula.

Fino a qualche mese fa mons. Ruiz, che ha compiuto 75 anni nel novembre scorso, avrebbe dovuto essere sostituito da mons. Raul Vera Lopez, dal '95 vescovo coadiutore di San Cristobal de las Casas. Secondo il diritto canonico, infatti, il coadiutore ha diritto di successione quando l'ordinario della diocesi va in pensione.
Per questo destò sconcerto, il 30 dicembre del '99, la notizia che il Papa aveva trasferito Vera Lopez a un'altra diocesi, rimuovendolo di fatto da san Cristobal. Il gesto era tanto sui generis che il Vaticano lo accompagnò con un comunicato esplicativo, in cui si affermava che la decisione non intacca «l'impegno della Chiesa a favore della pace civile e della formazione spirituale e umana di tutte le componenti della popolazione in Chiapas». Mons. Ruiz in quella occasione si disse «sconcertato» e sostenne che «il Vaticano era stato influenzato da informazioni interessate che non corrispondo alla verità». Anche il vicario generale di san Cristobal, mons. Felipe Toussaint, parlò di sconcerto per una scelta che «interrompe l'integrazione in corso nella diocesi».

Mons. Vera Lopez, ritenuto un conservatore al suo arrivo a san Cristobal, si era presto allineato con l'impegno di mons. Ruiz in difesa degli indigeni del Chiapas. Un impegno non sempre compreso in certi settori della Chiesa e contrastato dai poteri forti messicani.
http://lanazione.it/art/2000/04/01/777125

In Chapas, la Chiesa locale mortificata dal Vaticano

Giovanni Paolo II ha trasferito ad altra Diocesi del Nord del Messico il vescovo Raul Vera Lopez , da tempo nominato coadiutore con diritto di successione, di Mons. Samuel Ruiz, Vescovo di San Cristobal de Las Casas da poco dimissionario per il compimento del settantacinquesimo anno di età.

E’ ben noto che il vescovo coadiutore Vera Lopez era stato inviato dal papa per tentare di "normalizzare" la pastorale di Mons. Samuel Ruiz, considerato troppo incline a legittimare azioni di riscatto religioso, sociale e politico delle popolazioni indigene, da secoli emarginate e recentemente oggetto di attacchi e repressioni da parte di latifondisti della regione, da forze paramilitari, dall’esercito, dal governo centrale messicano e da settori conservatori della Chiesa cattolica.

In questo contesto la nomina del successore di Samuel Ruiz assume un significato generale che va oltre la stessa situazione messicana e che riguarda gli stessi orientamenti generali dei vertici della Chiesa nel suo rapporto coi popoli indigeni e con le legittime azioni di riscatto sociale e politico di popolazioni da secoli emarginate .

La decisione del papa di rimuovere Mons. Vera Lopez dalla diocesi cui era stato destinato, solleva inquietanti domande da parte di quanti concepiscono la Chiesa come una comunità di fratelli e di sorelle che hanno la Trinità come modello di relazionalità amorosa e paritetica.

Queste decisioni papali, preparate nel più assoluto segr