| Samuel Ruiz Garcia | ||||
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sabato, 29 maggio 2004 Samuel Ruiz Garcia , Monsignore di "sotto" ![]() L'azione rivoluzionaria degli Indios di questa regione è frutto di una lunga sofferenza, patimenti e frustrazioni.
Queste popolazioni originarie hanno occupato negli ultimi cinquecento anni i gradini più bassi della nostra società.
Comprendiamo che psicologicamente gli indios possano non vedere altre vie di uscita.
E' questo che li ha portati a dichiarare guerra all'esercito messicano.
Mons. Samuel Ruiz Garcia
Di che cosa dobbiamo chiedere perdono?
…“Di che cosa dobbiamo chiedere perdono? Di che cosa ci devono perdonare? Di non morire di fame? Di non tacere la nostra miseria? Di non avere accettato umilmente il gigantesco carico storico di disprezzo e abbandono? Di esserci sollevati con le armi quando ci erano state chiuse tutte le altre vie?…Di avere dimostrato al resto del Paese e al mondo intero che la dignità umana è ancora viva ed esiste nei suoi abitanti più poveri?… Di essere in maggioranza indios? … Di lottare per la libertà, la democrazia e la giustizia?… Di non arrenderci? Di non venderci? Di non tradirci? Chi deve chiedere perdono e chi può concederlo?”… Sub- comandante Marcos, Selva Lacandona, Chiapas, Agosto 1992 , NO NOS DEJARON OTRO CAMINO
"Nessuno sapeva che esistesse e dove fosse il Chiapas prima del 1994.
«In un mondo - scrivono Mons. Ruiz e Mons. Vera - pieno di ingiustizie e menzogne, di offese alla dignità umana e di omicidi, d’impoverimento e mancanza di libertà, com’è quello in cui viviamo in modo speciale nel Chiapas, la costruzione del Regno di Dio implica una trasformazione delle attuali condizioni sociali, politiche, economiche e culturali. Ma anche, e soprattutto, esige la trasformazione del cuore di ogni persona, di ogni famiglia, di ogni villaggio e di tutto il nostro Paese». I due vescovi della diocesi di San Cristóbal de La Casas così concludono il loro messaggio per la preparazione al Giubileo: «Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13). A questo siamo chiamati: a trasformare il nostro ambiente, la nostra società. Come il sale, anche se piccolo e umile, così noi cristiani, con la nostra testimonianza umile, onesta e con la nostra parola, siamo chiamati a trasformare atteggiamenti di odio in perdono, la divisione in cammino verso l’unità, la disperazione in apertura e speranza, i conflitti in sfide per l’azione, la morte in vita, la stanchezza in animo rinnovato».
Il Chiapas: una speranza minacciata Per la prima volta scoprivo questa zona del mondo della quale tanto si parla, invitato dalla Commissione civile internazionale per l'osservanza dei diritti dell'uomo. Eravamo 200, venuti soprattutto dall'Europa, con una maggioranza di spagnoli. In gran parte erano giovani impegnati nel campo dei Diritti umani, molto motivati dall'esperienza zapatista del Chiapas. Per lo più sono fuori e lontani dalle Chiese, ma sanno riconoscere la dignità popolare della Chiesa di San Cristobal e del suo Pastore: Mons. Samuel Ruiz, scampato recentemente a due attentati.La nostra presenza, in quanto stranieri, è stata male intesa da parte delle autorità messicane e dei mezzi di informazione, che denunciarono questa ingerenza negli affari interni del paese. Il timore xenofobo delle autorità ci ha almeno permesso di essere ogni giorno agli onori della stampa! Come può accadere che il Chiapas susciti tanta eco in tutto il mondo? Perché questo piccolo paese - che potrebbe essere un paradiso se conoscesse la pace - fa nascere tali speranze in questa fine di secolo? È forse per la personalità emblematica del subcomandante Marcos, che è a un tempo poeta e stratega? È a causa della bellezza del paese e di San Cristobal de las Casas, capitale culturale, tanto apprezzata dai turisti? Tutte queste ragioni hanno la loro importanza, ma quella decisiva mi sembra essere posta altrova. Il Chiapas è diventato l'unico luogo al mondo dove esiste un modo di vivere e di organizzarsi tanto singolare. Ecco una rivoluzione indigena che non vuole prendere il potere, bensì costruirlo. Spetta alla società civile prendere il potere. Si tratta di un'altra democrazia, non rappresentativa ma collegiale. E vi è una armonia tanto bella fra tradizione e modernità! Su degli striscioni ho potuto leggere le parole del subcomandante Marcos che danno significato a questa rivoluzione: "Noi siamo la dignità ribelle il cuore dimenticato della patria. La dignità ribelle del FZLN (*) non si arrende né si vende". Questa esperienza retta da tante speranze fin dal 1994 è gravemente compromessa. Il massacro di Natale, perpetrato da paramilitari, ha fatto 45 morti, in gran parte donne e bambini, e 34 feriti. Un sacerdote francese, Michel Chanteau, da 32 anni curato nel villaggio di Chenalho dove si è svolta la tragedia, ebbe il coraggio di denunciare la responsabilità del governo in questo massacro. Quanto bastava perché fosse immediatamente espulso dal Messico. Avevo trascorso la mia ultima sera con lui e qualche amico a San Cristobal. Egli sapeva di essere minacciato di morte, ma il suo desiderio era quello di rimanere vicino agli Indios, come un buon pastore, qualsiasi fossero i rischi. La sua espulsione darà ad altri il desiderio di venire o di ritornare in questo paese tanto avvincente, perché la speranza non sia uccisa. (*) Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale PARTENIA Lettera di Jacques Gaillot del 1. aprile 1998 Chiapas, dolore e speranze Quando i "senza volto" indigeni dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), apparso in armi il 1&oord gennaio 1994, avviano il primo ciclo di negoziati con il Messico, annunciano così, chiaramente, il senso della loro lotta. Nel 1996, al termine di lunghi sforzi e con il contributo della società civile che hanno ridestato, gli zapatisti sembravano giunti alla conclusione della loro faticosissima traversata della storia; il 16 febbraio, hanno firmato con il governo gli accordi di San Andrés, redatti con la partecipazione di esperti di questioni indigene nazionali e internazionali. Purtroppo però il progetto di legge di modifica costituzionale, proposto il 29 novembre dalla Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), è respinto dal potere, che si richiama alla sovranità nazionale ed evoca rischi di balcanizzazione. Eppure l'autonomia, come la concepiscono e tentano di attuarla gli zapatisti, non è in alcun modo sinonimo di secessione o di separatismo. A San André erano state istituite salvaguardie per impedire l'indebolimento delle garanzie costituzionali, in particolare in materia di diritti umani e di dignità delle donne. Il costo politico di una soluzione militare sarebbe troppo elevato per il presidente Zedillo; tanto più che un nuovo scontro armato, sia pure limitato, rischierebbe di provocare il panico sui mercati finanziari. Scommettendo sul tempo e sull'oblio, combinando programmi di assistenza con piani anti-sommossa, il potere punta sull'erosione progressiva delle forze zapatiste, attraverso un accerchiamento silenzioso e mortale. Militarizzazione, proliferazione dei gruppi civili militari armati, vessazioni, violenze Dall'interruzione dei negoziati di due anni fa, più di un centinaio di morti senza nome ne hanno pagato il prezzo. E' in questo contesto che alcune settimane prima di ricevere il Premio Nobel per la letteratura nel 1998 lo scrittore portoghese José Saramago si è recato nel Chiapas, accompagnato dal fotografo brasiliano Sebastiïo Salgado, per incontrarvi il subcomandante Marcos e testimoniare agli occhi del mondo delle sofferenze degli indios nel Messico meridionale. Da allora, il presidente Ernesto Zedillo ha fatto pressioni per un dialogo diretto, rifiutato dall'Ezln. Scottati, gli insorti preferiscono cercare una soluzione rivolgendosi alla società civile, della quale hanno incontrato tremila rappresentanti alla fine del novembre 1998. E hanno fatto appello a una consultazione nazionale il 21 marzo, invitando il popolo messicano a pronunciarsi sul tema dell'inserimento della legge indigena nella Costituzione. Un modo per rilanciare il dibattito, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali M.L. Di José Saramago Premio Nobel 1998 per la letteratura
TRA LOTTE E SPERANZE. INTERVISTA A MONS. SAMUEL RUIZ, VESCOVO DI CHIAPAS Francesco Esposito Il primo gennaio 1994 entrava in vigore il NAFTA, trattato fra Canada, Messico e USA, le cui tremende conseguenze sui diseredati del Messico erano dai governi, con indifferenza, considerate programmaticamente inevitabili. Il primo gennaio 1994, nel nome di Zapata l’Incorruttibile, gli indigeni del Chiapas, svelando al mondo l’ipocrisia dell’Occidente dall’anima saccheggiatrice e genocida, si decidevano col loro esercito straordinario e pezzente a diventare visibili, non soltanto come miserabili bisognosi di compassione e di aiuto. L’intervista qui riportata [riassunta redazionalmente, n.d.r.] è del marzo 1994, quando il ruolo di mediatore ufficiale di don Samuel - vescovo di S. Cristobal - nel conflitto apertosi nel Chiapas era l’aspetto che richiamava l’attenzione generale. E il desiderio di decine di giornalisti americani ed europei era quello di far parlare don Samuel di sé. Un don Samuel meno ufficiale da gettare in pasto ad un’opinione pubblica pronta a farsi distrarre da una curiosità onnivora, dove l’essenziale si disfa impoltigliandosi nel circuito, intimamente pronto a divenire vizioso, di una stampa dai modi troppo spesso poco trasparenti. Per parte mia, volevo partecipare di questo sintomo straordinario esploso ai confini dell’impero e vedere se le antiche visioni del Sud, segnate fino alle radici dalla sconfitta, stessero rientrando, sconvolgendola, nella dimensione dell’economia-politica, rigenerandosi e rigenerandola in una nuova cosmogonia capace di prendere generosamente in cura un Nord insaziabilmente bisognoso, afflitto dalla miseria più sofferente e distruttiva che la storia abbia mai conosciuto. E avevo scelto, quindi, di fare a don Samuel domande lontane dagli elementi più contingenti della politica. Dopo 15 giorni di attesa, ero riuscito a entrare in una di quelle sue intensissime giornate per la sera alle 7, tra una riunione e la cena. Don Gonzalo, il suo vicario, con il quale avevo concordato l’appuntamento, mi aveva offerto per l’intervista telecamera e operatore e io, felice per l’inaspettata possibilità e senza il mio registratore, mi presento all’appuntamento. Nessun operatore. Nessuna telecamera. Arriveranno, penso. E intanto, dopo le presentazioni, accenno alla prima domanda: "Quali sono gli aspetti decisivi della sua esperienza e formazione intellettuale...?". Samuel mi fulmina, facendomi disgraziato e dice che non se ne parla neanche, che ai lettori non importa niente se lui ha il 44 o il 45 di scarpe e altre tonterie del genere. Va bene, dico. Ho altre domande, ma non ho il registratore. "Come - fa lui - un giornalista senza registratore all’intervista? E’ come uno studente che se ne va a scuola senza penna!". Ha proprio ragione, lo capisco. Poi, superato l’imbarazzo e chiarito che non ero un giornalista curioso, ma solo uno psicanalista del cui arrivo la Diocesi era stata informata dal Centro Missionario di Trento, don Samuel rispose con la chiarezza e la passione più sotto testimoniate a tutte le domande. A cominciare dalla prima. Non senza aver manovrato, congiungendo le nostre competenze, un registratore molto sofisticato saltato fuori al momento giusto. Per finire, vorrei esprimere la mia riconoscenza a don Girolamo Job, per la calda semplicità con cui ha voluto aiutarmi. Un frammento di bellezza che non dimenticherò. (Francesco Esposito) Quali sono gli aspetti decisivi della sua esperienza e formazione intellettuale? Sono nato in un barrio, a Puerto Irapuato, nello Stato del Messico Centrale, in rapporto diretto con la gente marginale; non ho avuto quindi le difficoltà che hanno avuto altri per capire la gente locale. Lì passarono i primi anni della mia infanzia, prima del seminario. La formazione del seminario e quella successiva a Roma, dove mi sono recato per studiare teologia, hanno orientato evidentemente tutto il mio mondo interiore verso la comprensione della Parola di Dio; io studiavo diligentemente perché questa preparazione era in funzione del lavoro accademico in seminario, nel seminario di Leon dove fui insegnante e in seguito rettore. Arrivando qui però mi incontrai con un fattore differente, che non è l’ebreo, il greco o l’aramaico: mi si rivelò veramente nella maniera più chiara quello che il Concilio aveva detto nel momento opportuno, cioè che la Parola di Dio e i fatti storici sono strettamente legati (Dei Verbum, 2 e 3), e che perciò c’è una interrelazione tra la storia concreta, che è storia di salvezza, e la Parola di Dio scritta o normativa; cosicché oggi intendiamo la Parola di Dio integrale come Parola di Dio e fatti storici. Da quel momento in poi per me si rivelò la possibilità di capire la Parola di Dio in un modo molto differente da quello di prima, di capirla attraverso il modo in cui le comunità indigene e campesine la vivono, vibrano con lei e la capiscono. Non intendo dire che siano stati inutilo lo studio ed il lavoro accademico: però il punto di partenza per poter capire in quest’altra situazione la Parola di Dio, diretta al Popolo di Dio, ha chiesto a me e a molti altri un cambiamento significativo. Qui vediamo come il popolo vive, come si sente interpellato dalla Parola di Dio e nello stesso tempo interpella noi quando comprende la profondità di questa Parola. In che consiste l’occidentalizzazione del Vangelo e come pensa sia possibile de-occidentalizzarlo? L’evangelizzazione nel continente latino-americano arrivò identificata con una cultura, la cultura occidentale cristiana. Però nell’arrivare qui si dimenticò che il Vangelo era nato in una cultura orientale, si era inculturato nell’occidente ed arrivava qui importato e imposto come cultura occidentale: di modo che un indigeno, che ha una cultura differente da quella occidentale, doveva dimenticare sé stesso per accettare una cultura esterna a lui e realizzarsi in profondità in una cultura che non è la sua. Questo ha generato nel continente una specie di schizofrenia, di divisione nella psicologia interna, percepita ed espressa da diverse persone che hanno riflettuto su questo con maggior chiarezza. Così mi disse una volta un sacerdote: Io entrai in seminario senza sapere esattamente cosa significasse, perché se avessi saputo di dover abbandonare tutto quanto il mio bagaglio culturale per non sentirmi diverso dagli altri... Quando arrivai all’ordinazione sacerdotale fui poi rinviato al mio popolo e a quel punto non parlavo più la loro lingua, non avevo i loro costumi, mi sentivo il reietto della società. Dovetti poi ricuperare, con il riapprendimento della cultura, una posizione dentro quella società che era la mia, era quella in qui vivevano i miei padri. Questa schizofrenia la possiamo vedere in moltissimi esempi. Posso citare un padre del Panama, di origine Cuna, il quale dopo aver studiato in Europa si rese conto di aver in qualche modo tradito la missione di conoscere Dio attraverso la cultura Cuna e non attraverso quella occidentale. E’ chiaro, ci sono missioni diverse ma la sua era quella di essere Cuna. Dio gli aveva permesso di essere Cuna per scoprire una visione di Dio Cuna, perché nessuna cultura è capace di spiegare fino in fondo cosa è Dio per l’essere umano, nessuna cultura può esaurire la ricchezza e la molteplicità di ciò che Dio è. Così egli cominciò a ripensare alla necessità di ritornare passo per passo ad essere un sacerdote Cuna per riconoscere Dio nella cultura Cuna. Arrivò a questa sensazione assurda, tremenda, in cui si diceva: "Se io devo scegliere tra essere sacerdote ed essere Cuna, scelgo di essere Cuna perché sono nato Cuna e solo dopo sono diventato sacerdote". I valori etico-religiosi di una cultura non sono marginali al Vangelo, nè sono un trampolino per facilitare la conversione, ma sono parte già dell’annuncio, perché sono la rivelazione di Dio a quel gruppo umano. L’evangelizzazione pertanto è il processo di una inculturazione della parola di Dio in ciò che un gruppo umano conosce, con il suo modo di concepire la vita, di esprimere la sua fede (la sua, non la nostra) con i suoi simboli culturali. Questo è il cammino che noi vogliamo fare adesso e siamo in un momento storico importantissimo perché quello che non è successo nei 500 anni, cioè un dialogo tra la religione cristiana che è arrivata e le religioni precolombiane, siamo sul punto di ottenerlo oggi. Nasce oggi un processo attraverso il quale la schizofrenia sta per essere sanata da alcuni indigeni (non tutti) che hanno la forza della loro identità indigena e che vivono la loro religione, riflettono teologicamente su di essa e stanno aprendo la via ad una possibilità di dialogo interreligioso. C’è anche un cammino che stanno percorrendo gli indigeni evangelizzati, i quali cercano di ripensare la loro fede, ricevuta secondo modalità occidentali, secondo i loro meccanismi, i loro dinamismi, quelli tipici della loro cultura. Questo è un momento molto importante che stiamo vivendo in America Latina. Cosa intende per "Chiesa autoctona" nell’America Latina? Quali conseguenze immagina per la Chiesa Cattolica così come noi la conosciamo? C’è una Chiesa che ha una sua consistenza, una sua autonomia e che non ha bisogno di ministri importati, ma che esprime la vitalità del proprio gruppo, ed ha una liturgia, una fede, frutto di una riflessione condotta attraverso i suoi meccanismi e i suoi strumenti. A volte è difficile capire le conseguenze di tutto questo. Il Concilio parla di un arricchimento che ci sarà quando culture che non hanno avuto una relazione profonda con il Vangelo, o che l’hanno avuta, ma la cui riflessione è rimasta nascosta, riusciranno a manifestare i valori del Vangelo incarnato nelle loro tradizioni. Allora ci sarà un arricchimento. Basta immaginare quello che significherà, come dinamismo apostolico, l’evangelizzazione di una cultura andina del Brasile che ha la coscienza di essere destinata ad aiutare la conversione universale: "Tutti devono riconoscere che esiste un Dio che è padre di tutti". Essi guardano con angustia alla cultura occidentale con tutte le sue tremende contraddizioni, con i suoi egoismi e le sue divisioni, e sentono il premio di vedersi chiamati ad annunciare una Parola che loro hanno già vissuto da tempo, cioè che tutti dobbiamo stare uniti intorno al Padre che è il capo della famiglia umana. Questi valori sono anteriori all’evangelizzazione, ma incarnati nell’evangelizzazione daranno un dinamismo apostolico a questo gruppo. Potremmo poi considerare l’arricchimento che porterebbe alla Chiesa, nella quale il Vangelo si è incarnato in una cultura occidentale con tendenze individualiste, il contatto con le comunità indigene che furono abituate ad un modo di vivere comunitario prima dell’arrivo del Vangelo. La vita comunitaria non è un valore arrivato con l’evangelizzazione, c’era già prima. Nei luoghi dove sta avanzando questo processo d’incarnazione del Vangelo, tutti i sacramenti cominciano ad assumere una dimensione comunitaria. Non c’è il battesimo del bambino o il matrimonio individuale, ma tutti i sacramenti si convertono ed assumono il peso della dimensione comunitaria, diventando qualcosa di diverso con un grosso arricchimento per la vita cristiana. Non possiamo dire che non ci siano delle difficoltà, comunque... Per esempio il matrimonio, per il mondo occidentale, consiste nella decisione di una persona di unire permanentemente la propria vita con quella di un’altra. I due, per esprimere il loro sentimento, stabiliscono un contratto e questo contratto si chiama matrimonio, sacramento tra coloro che sono battezzati. Nelle comunità indigene il matrimonio è un processo che si sviluppa attraverso una conoscenza e una relazione che procede tra le due famiglie e tra le due comunità, che camminano assieme fino al momento in cui i due giovani cominciano a vivere assieme; ma c’è una convivenza anteriore rispetto al momento del matrimonio, in cui il fidanzato si reca presso la casa della fidanzata e lì comincia ad imparare che cosa significa tenere insieme una famiglia e allo stesso modo la fidanzata si reca presso la casa dei futuri suoceri per imparare cosa significa il lavoro all’interno di quella famiglia. Sono così sottolineate le differenze e c’è un arricchimento notevole. In alcune zone le comunità sono impegnate nella ricerca, all’interno della propria cultura, dei segni che possono dare alla comunità il senso profondo di ciò che significa sacramento. L’economia di mercato, la produttività e lo sviluppo sembrano essere un punto di passaggio inevitabile. C’è una riflessione su questa questione? Che cosa significa "sviluppo", che cosa significa un’economia che arriva ad uno "sviluppo economico" della società umana? Viviamo adesso - disgraziatamente - dentro un solo sistema economico, senza il contrappeso che un altro sistema sociale ha rappresentato, comunque lo vogliamo chiamare e comunque lo vogliamo giudicare: al capitalismo selvaggio si opponeva un sistema che pure aveva i propri limiti, i propri vizi, che ciascuno può giudicare dal suo punto di vista, ma che era un contrappeso, un freno. Oggi il capitalismo è rimasto solo: ed il frutto del suo funzionamento - e non è che funzioni male, è proprio perché funziona bene - è la concentrazione sempre più grande dei beni nelle mani di un numero sempre minore di persone. Oggi il 75% dei beni sta nelle mani del 25%, mentre solo il 25% è concesso al 75%. Se il sistema funzionerà meglio, il 95% della ricchezza sarà nelle mani del 5% della popolazione mondiale, mentre il restante 95% avrà a disposizione per la propria sopravvivenza solo il 5% dei beni. Prima che si arrivi a questo limite, però, il sistema entrerà in crisi, perché ci sarà "carenza di ricchezza": non ci sarà infatti sufficiente potere acquisitivo da parte di coloro che sono esclusi da questa concentrazione di ricchezza. Prima che succeda questo, probabilmente si svilupperà un processo di rivolta, una sollevazione, a meno che il sistema non abbia dei correttivi che evitino di arrivare a questo limite; ma la tendenza del sistema economico è questa. L’impossibilità di cambiare questo sistema si rivela quando si capisce questo: secondo gli schemi d’analisi consolidati, gli unici che potevano accedere alla ripartizione della ricchezza erano quelli che già stavano dentro il sistema di produzione, cioè gli operai; mentre i lavoratori della terra, i campesinos, non dando un apporto alla produzione, non potevano influire su un sistema produttivo caratterizzato dalla presenza dell’industria. Ma oggi vediamo che il sistema produttivo arriva ad un tale grado di sviluppo che non ha più bisogno di mano d’opera a buon prezzo, perché la produzione può crescere enormemente con l’automazione; quindi non c’è bisogno di una gran quantità di operai e questo dimostra l’impossibilità per la forza-lavoro di influire sul cambiamento del sistema. Però sorgono soggetti nuovi. Sorgono i neri, in cima a tutte le classi sociali come razza oppressa nel Terzo Mondo, portando un dato culturale che non è mai stato considerato; la donna prende coscienza di vivere un’oppressione che non è economica (perché ci sono donne che stanno bene dal punto di vista economico) ma è culturale. Sorgono gli indigeni: nella "manifestazione dei 500 anni" tutti i gruppi indigeni del continente dissero: "Siamo qui" e poi dissero "non solo siamo qui, ma anche esistiamo e non solo esistiamo ma vogliamo il riconoscimento dei nostri diritti, vogliamo avere una parte nei processi di trasformazione sociale. Esistiamo per gli alberi che possediamo e quindi vogliamo partecipare al banchetto comune portando i valori che ci caratterizzano". Risuonò in tutto il continente questo grido, e anche fuori, perché mai si sarebbe pensato che il gradino basso della società, quello che non influisce in maniera diretta sul sistema produttivo, potesse esprimere una presa di posizione così forte. Queste parole sono risuonate e hanno catturato l’attenzione. Non le parole armate, bensì le parole accompagnate da tutto ciò che stava intorno. La situazione concreta ha fatto sì che effettivamente queste parole, data la situazione di sofferenza e di oppressione in cui ci troviamo, avessero un’eco notevole. C’è un risveglio, il sistema economico viene interrogato e nello stesso tempo si trova di fronte anche a degli interrogativi posti dai suoi stessi limiti naturali: si stanno consumando e guastando risorse non rinnovabili, e se non si pone un freno a questo siamo avviati verso un suicidio collettivo; quindi il sistema economico attuale deve interpellarsi e trovare quegli ingredienti nuovi, quei fattori nuovi - come la sensibilizzazione ai diritti umani, la situazione ecologica, il problema della giustizia - che stanno invocando un cambio profondo di questa situazione. Inoltre, ci saranno probabilmente delle sollevazioni violente che scoppieranno se non ci sarà un significativo correttivo alla base del sistema. Altrimenti, del resto, è un dato di fatto che il sistema ha imboccato una via che è una via autodistruttiva. I padroni delle immagini sembrano diventati i padroni di tutto, anche dell’immaginario. Che tipo di terapia è possibile contro questo potere sottile e perfido? Non sono i mezzi di comunicazione come tali ad essere negativi, ma sono i Paesi o i grandi trusts industriali ed economici, che tengono i mezzi di comunicazione al loro servizio, a compiere il male. Esiste una certa autonomia del mezzo espressivo in quanto arte, in quanto strumento di comunicazione: ma dietro alle immagini spesso c’è una manipolazione; il grande capitale fa una selezione delle notizie secondo i suoi interessi. Basta vedere come i mezzi d’informazione si comportano con le parole dei pontefici. Quando c’è qualcosa che interessa fortemente o favorisce il sistema economico, allora le parole vengono amplificate; oppure vengono censurate, quando queste sono in contrasto con certi interessi. Ciò che è stato detto sulla necessità di una trasformazione socio-economica non ha avuto lo stesso tipo di eco di altre parole, che sono state invece manipolate e utilizzate ai fini degli interessi dei Paesi o delle grandi industrie dei Paesi capitalisti. Ci sono anche consorzi che vanno molto al di là del controllo economico di un Paese: grandi società che semplicemente facendo una transazione economica, facendo passare un capitale da un Paese all’altro causano collassi economici, e questo ha evidentemente a che vedere con la manipolazione dell’informazione per interessi determinati. Il problema è complesso perché non sono solo i mezzi di comunicazione in gioco, ma la finalità con cui questi strumenti vengono utilizzati. C’è dunque un problema di controllo. E’ necessario avere consapevolezza di questa situazione e cercare di difendere i diritti umani, soprattutto il diritto ad una informazione che non sia manipolata. Quando vediamo una violazione dei diritti umani e la negazione dell’informazione o una disinformazione, come è nel costume dell’America Latina, allora è necessario levare una protesta generalizzata e anche cercare altri cammini. Tra gli indigeni del continente si sta sviluppando l’idea di fondare un’agenzia d’informazione indigena. Ci sono già succursali, ci sono luoghi di elaborazione e di organizzazione di queste informazioni alternative; hanno deciso di controllare essi stessi l’informazione che li riguarda, cominciando a parlare delle questioni così come le vedono loro. L’agenzia internazionale d’informazione degli stati indigeni è in gestazione. Queste iniziative sono necessarie e devono svilupparsi, in modo che si possa costruire effettivamente una informazione alternativa che organizzi anche l’opinione di tutte le nazioni indigene del Terzo Mondo, in modo da poter sottrarre il controllo dell’informazione a quelle che sono le agenzie tradizionali. E’ necessario che queste iniziative siano sostenute, ed io ho paura che ci saranno difficoltà ad organizzarle perché ci sono interessi evidentemente contrapposti che potranno costituire un ostacolo. Cosa potrei dire, come indicazione non pessimista? In fin dei conti, i mezzi d’informazione funzionano in maniera assurda: si preoccupano solo di fatti non ordinari. La stampa riporta che un muratore è caduto dal ventesimo piano e si è ammazzato, ma non dà notizia dei milioni di muratori che stanno lavorando in condizioni drammatiche. In generale, le notizie non riflettono mai la realtà delle cose: si parla sempre solo di cose eccezionali e in questo modo si cerca di costruire una realtà che è immagine dei mezzi di comunicazione. Ma c’è gente che si muove in maniera critica nei confronti delle manipolazioni dei mezzi d’informazione, ed anche se è poca sta acquistando una influenza maggiore rispetto a quella che può ottenere la massa dominata dai mezzi d’informazione, passiva di fronte alle trasformazioni della società. L’impatto di coloro che sono critici e si muovono è molto più forte, quindi costoro possono influire sui processi. Le possibilità che ha un giornale anche piccolo, anche d’impresa popolare, che faccia informazione corretta, sono enormemente maggiori rispetto a quelle di una massa che è condizionata dai mezzi d’informazione ma non è attiva nei processi di trasformazione. Quindi la speranza non è assente in questo processo; nonostante l’enorme dominio dei mezzi di comunicazione, in fin dei conti c’è una possibilità d’influsso maggiore nelle trasformazioni sociali da parte di coloro che hanno coscienza di essere chiamati ad essere attivi all’interno del panorama internazionale. Gli altri saranno sì contrari a quello che viene promosso, ma non hanno una configurazione dinamica tale da consentire loro di essere effettivamente attivi all’interno di questa lotta. Democrazia e politica sembrano segnate in tutto il mondo dala corruzione, dalla manipolazione e dall’emergere di selvaggi egoismi che trovano comunque grandi consensi, o per lo meno sicuramente li trovano in occidente. Secondo lei la democrazia e la politica, così come noi le conosciamo, sono riformabili o è necessario elaborare una prospettiva radicale di ridefinizione della democrazia e di ciò che è politica? Un sistema economico c’è perché esiste un sistema politico e viceversa, c’è un’interazione in modo tale che una trasformazione economica comporta necessariamente una trasformazione politica. Sappiamo che gli orientamenti politici sono diretti dai grandi interessi economici: questa relazione arriva al limite per cui la corruzione del sistema è tale da generare il rifiuto delle domanda di giustizia, perché va contro i propri interessi, o quando diventa una giustificazione per introdurre una dinamica di repressione nel mondo sottosviluppato che si sta incamminando per modificare la propria situazione. In questi casi genera livelli insperati di ribellione sociale, che pongono in essere dinamismi nuovi che danno speranza di un cambiamento. Nel nostro Paese la società civile (passiva, abituata alla repressione e pertanto disperata rispetto a quello che si può fare per cambiare la situazione sociale), con gli avvenimenti recenti, ha scoperto una possibilità d’azione: è un fenomeno importante, perché fa emergere la società civile come soggetto nuovo all’interno del Paese, in grado di immaginare un cambiamento. La società si vede interpellata molto di più dai movimenti politici, dai suoi organismi rappresentativi e quindi scopre una possibilità reale e concreta che non è solo il momento delle elezioni, come fatto isolato dopo il quale tutto finisce, ma un nuovo carattere più ampio di vigilanza sull’applicazione di quelli che sono gli accordi che vengono presi, magari in un momento storico specifico del Paese. Ora ci si rende conto che esiste la necessità di continuare a controllare questi spazi, all’interno dei quali si può sviluppare la modificazione politica ed economica di cui c’è necessità. Abbiamo quindi una prospettiva, una speranza nuova per questi soggetti che stanno emergendo ora sulla scena della storia e penso che si potrà vedere in qualche modo anche la solidarietà dei paesi europei così come di quelli latino-americani. In questo momento storico 15 o 18 paesi sudamericani stanno aspettando l’apertura di un cammino verso le elezioni, e tutti sono interessati ad un cambiamento sociale. Questi Paesi sono distrutti dagli interventi repressivi (come Haiti, che ben mostra l’impossibilità di ribellarsi), ma ora sorgono segnali che dicono che possono essere aperti nuovi cammini, che forse potranno realizzarsi nuove forme di democrazia basate non sul bilanciamento delle forze ma piuttosto sul riconoscimento dei diritti, anche dei diritti di quelle minoranze che nel continente sono state oppresse. Se il sistema attuale dovesse superare la prova delle prossime elezioni, quali pensa che potrebbero essere le conseguenze per la trattative nel Chiapas e per la situazione in questo Paese? Se ho capito correttamente la domanda: che cosa succederà se alla prova del fuoco trionferà il Partito Rivoluzionario Istituzionale, e che cosa si dovrà fare in Chiapas se questo accade? Bene, da una parte tutti i gruppi politici del Paese non stanno guardando alla situazione in Chiapas come ad un caso isolato; quello che accade in Chiapas pone degli interrogativi ai governanti del Paese, perciò tutti i gruppi politici hanno firmato degli accordi che una volta giunti al potere si daranno la pena di sostenere. Non potranno fare in altra maniera, quando arriveranno al potere dovranno dare sviluppo a questo tipo di trattativa. Per esempio, la legislazione relativa ai gruppi etnici dovrà essere riconosciuta non solo in Chiapas ma in tutto il resto del Paese. Si dovrà poi intervenire in modo da creare delle situazioni di cambiamento non solo per le realtà che si sono mosse, ma anche per tutte quelle che si trovano in condizioni analoghe. Anche altri Paesi hanno dato spunto a queste vicende; per esempio s’è presa in considerazione la legislazione che s’è approvata in Cile per includere nello sviluppo nazionale anche gli indigeni; non è stata una legislazione ideale però è stato un passo significativo, gli indigeni questo lo sanno, rispetto alla situazione precedente. Il PRI, insieme a tutti gli altri partiti politici, ha assunto l’impegno di portare avanti la contrattazione. Se non ci sarà credibilità, se non ci saranno procedimenti cristallini, allora saremo in una impasse storica che potrà generare il caos. Bisogna smetterla soprattutto di operare in un certo modo, un modo che ha deteriorato la parola "politica" e l’azione politica, perché "politica" significa "bene comune" ed oggi non è più così. La situazione quindi è piuttosto grave, però credo che in questo momento si possa pensare alla necessità che non ci sia un solo partito, anche se maggioritario, al potere ma che si formi una coalizione e che tutte la forze politiche si accordino per dare vita ad un sistema in cui le distinte tendenze siano rappresentate per fare un servizio alla comunità. Questo è quello che noi pensiamo di poter ottenere e quello che auspichiamo per risolvere la situazione nel nostro paese. Tra le richieste del movimento zapatista spiccavano la domanda di servizi (ospedali, scuole...) e di credito. Quale riflessione è in corso riguardo al rapporto tra accesso ai servizi e al mercato e mantenimento di una cultura e di un modo di vivere che, al mercato e alla visione dell’uomo e del mondo che sta alla base del modo in cui i servizi sono strutturati sono del tutto estranei? La domanda, da parte del movimento zapatista, di terra - dato il grado di denutrizione estrema - salute e scuole, fa nascere l’idea che non si tratta di aumentare la quantità dei servizi, ma la qualità dei servizi stessi: conta il soddisfacimento di questi aspetti della vita anche per i gruppi marginali. Si considera importante che tutto questo sia riconosciuto non come diritto della persona ma come diritto del gruppo etnico. C’è un’idea chiara rispetto a tutto questo, cioè che ci vuole rispetto per la cultura, per la lingua e si sta chiedendo che si accetti all’interno del codice nazionale l’applicazione della giustizia secondo il costume della comunità, quello che si chiama "diritto consuetudinario", attraverso il quale sarà possibile promuovere una certa protezione degli indigeni Essi sono coscienti del fatto che l’impatto con culture diverse dalla loro o con uno sviluppo diverso dal loro può provocare problemi, ma sanno anche che, se la cultura si fortifica attraverso la presa di coscienza delle persone e se si rafforzano studi adeguati per il recupero della memoria storica, allora la consapevolezza della propria identità metterà in grado di vivere e di crescere insieme alle altre culture. Questa cultura non deve essere sottomessa, nè deve essere misconosciuta. Allora potrà costituirsi lo stesso processo di cui abbiamo parlato prima a proposito dello spirito religioso, anche per quanto riguarda la cultura: sarà un arricchimento per le culture del resto della società. Per quanto riguarda il discorso economico: lì ci sarà una potenzialità di cambiamento nelle culture indigene, però se sapranno accettare iniziative di tipo economico secondo la loro tradizione culturale, in senso comunitario, non in senso individualista. Pertanto ci saranno nuovi modi di pensare, nuovi modi di attuare, che imporranno in qualche modo un processo di mutazione dell’individuo per immaginare associazioni produttive che non funzionino secondo il vecchio schema di ricerca di un guadagno individuale sempre maggiore, ma con un sistema di socializzazione sia delle cose che vengono prodotte sia delle condizioni di lavoro, in un modello in cui non ci siano salariati e padroni ma una relazione differente ed un modo diverso di dividere quello che potremmo chiamare "profitto". Io penso che ci siano persone non solo all’interno del Chiapas ma anche al di fuori del Chiapas che stanno pensando a questo tipo di iniziative. L’esortazione di Gesù ad amare i propri nemici è stata normalmente poco recepita, si è preferito ricorrere all’annientamento o, nella migliore delle ipotesi, al controllo del nemico. Come si pone oggi, secondo lei, il problema della lotta contro il nemico? Non possiamo parlare in forma astratta, ma in termini concreti rispetto a quello che è successo qui. Posso dire due cose: la prima, che gli indigeni che si sono sollevati in armi non hanno dichiarato guerra ai soggetti o ai gruppi sociali che li hanno sottomessi, ma hanno fatto una lettura strutturale della situazione e, invece di sollevarsi contro i terratenientes o i padroni che li espropriano di tutto, hanno dichiarato guerra all’esercito messicano che opera a sostegno del sistema socio-politico del nostro Paese, pensando che una transizione del governo verso un cammino più democratico ha come conseguenza un governo che deve rispondere alla sua base, perché è la base che lo ha eletto, e quindi il governo deve avere una maggiore attenzione a quelle che sono le richieste di ordine economico o di riforma sociale necessaria rivendicate dal popolo. Inoltre, nel momento in cui c’è stata la tregua, si sono fatti molto più aggressivi i gruppi dominatori che sentono che in qualche modo stanno perdendo il controllo che avevano. Credo però che adesso ci sia senz’altro gente che sta pensando di cambiare, sta riflettendo sulla necessità di apportare modificazioni in questa realtà drammatica. Con l’esperienza degli indigeni guatemaltechi rifugiati e con quella degli indigeni locali in questo conflitto, ci siamo resi conto che non c’è un odio chiaro ed evidente degli indigeni nei confronti dei meticci così come c’è invece da parte dei meticci nei confronti degli indios. Quale deve essere dunque il cammino? Gli indigeni ora non vedono altre possibilità di dare un’indicazione chiara della necessità del cambiamento, non solo per sé ma per tutti gli indigeni del Paese (io penso che ci sarà una reazione a catena). Oggi nella diocesi abbiamo la consapevolezza della necessità che gli indigeni vivano, anzi che abbiamo il diritto di vivere, e non solo gli indigeni. Vediamo però una disponibilità minore nei gruppi dominanti rispetto a quella che c’è nei gruppi dominati. Ci sarà la possibilità di manifestare vero amore, vera amicizia e vera solidarietà nelle relazioni economiche e in altri tipi d’iniziativa, quando l’indigeno vedrà concretamente mutare le condizioni; il non indigeno dovrà finalmente accettare che quello che fino a questo momento ha considerato di second’ordine, privo di capacità di pensare, che addirittura nacque per essere schiavo (questo per via del mito della colonizzazione) è una persona con pari dignità e diritti. Quando ci sarà questa conversione anche di pensiero, allora si concretizzerà il messaggio cristiano e si vedrà come tutti sono discepoli e tutti hanno il diritto di essere sullo stesso piano. Ecco quindi che la nostra azione pastorale e la nostra azione come mediatori è finalizzata a far sì che non solo le relazioni umane possano cambiare in questa direzione ma anche le relazioni strutturali si modifichino, in modo che effettivamente la misericordia e la riconciliazione possano essere vissute appieno per costruire una comunità nuova. S. Cristobal de Las Casas - marzo 1994
TdF - Che cosa significa per lei dire "Dio" oggi? Mons. Bettazzi - Per alcuni è il Creatore-Giudice severo, pronto a intervenire per punire. Per altri ancora è un’ipotesi inutile, sorpassata. Per me - e vorrei lo fosse per molti - è il Padre pieno d’amore. TdF - Quale teologia, o quali teologie, rispondono meglio agli interrogativi dei credenti in questo momento? Mons. Bettazzi - Di solito, ognuno si fa una teologia secondo la sua sensibilità. Anche il Dio severo (spesso contestato per le sue ... ingiustizie) o il Dio misericordioso (che spesso finisce nel "bonaccione" che lascia fare tutto) sono espressione di questa tendenza. Ma sembrano più coerenti al Vangelo i poveri dell’America che trovano conforto nella teologia della liberazione, che non i ricchi dell’Europa che cercano sicurezze in una teologia "spiritualista" contro le ideologie materialiste (soprattutto marxiste). È ovvio che bisogna costantemente rifarsi alla Bibbia. TdF - Di conseguenza, ed anche in considerazione dei cambiamenti tuttora in atto in Italia e nel mondo, dove va la Chiesa? Mons. Bettazzi - La Chiesa si è rinnovata nel Concilio, riscoprendo il contatto con Dio nella Parola e nella Liturgia, riconoscendosi come "popolo di Dio" in "comunione" e in dialogo col mondo . Forse queste verità andrebbero "riscoperte" e vissute più a fondo. TdF - È attualmente dibattuto il tema della successione papale. Se stesse a lei prendere, in un domani, una decisione in tal senso, su che tipo di persone e di Pastore si orienterebbe? Mons. Bettazzi - Le esigenze sono tante che ... lascio allo Spirito Santo scegliere. Confesso che mi ha colpito la prassi di alcune Chiese Ortodosse: i vescovi della Nazione (nel nostro caso i Cardinali) eleggono una terna, poi, dopo aver invocato lo Spirito Santo, tirano a sorte ! TdF - Nella sua qualità di vescovo della Chiesa cattolica, probabilmente la più potente del mondo, come pensa si possa impostare un dialogo proficuo tra le religioni, che sia costruttivo e strumento di pace? Mons. Bettazzi - Credo che il dialogo, che sul piano dottrinale trova posizioni irrinunciabili, dovrebbe muoversi sul piano degli impegni sociali, così come fecero nel 1989 i cristiani d’Europa convenendo a Basilea per interrogarsi, pregare, impegnarsi su "pace, giustizia, salvaguardia del creato". TdF - Si possono superare, e come, gli integralismi? Mons. Bettazzi - Gli integralismi vanno superati, in casa nostra e in quella altrui, insistendo sulla distinzione dei piani - religioso e politico - e facendo presente che se si vuole godere di diritti dove si è in minoranza, bisogna saperli accordare dove si è in maggioranza. TdF - Quale è il suo parere sui vescovi "scomodi" come mons. Gaillot? Mons. Bettazzi - Non conosco molto il suo caso. Certo, se da parte dei vescovi è indispensabile mantenere la comunione con il Collegio episcopale (Papa e vescovi, a cominciare da quelli più prossimi), da parte della Chiesa è necessario accettare, anche con gratitudine, che ciascuno attui i propri carismi, tenendo conto che nella storia è sempre stato inevitabile che "profeti" risultino scomodi. Se non scomodano, che profeti sono? TdF - Come possiamo fare, come credenti e come Chiesa, per sostenere l’opera di mons. Samuel Ruiz, prima che divenga un altro martire sulla cui tomba pregare? Mons. Bettazzi - Dobbiamo continuare l’opera di sollecitazione dell’opinione pubblica e dell’informazione e di solidarietà verso di lui, da esprimere in forma pubblica. TdF - Che cosa dice in particolare, secondo lei, oggi, la Parola di Dio al popolo di Dio? Mons. Bettazzi - Che (cfr. 1Gv 4, 19) non si può dire di amare Dio, che non si vede, se intanto non si ama il prossimo che si vede. E che (Mt 5, 23-24) se stiamo per andare a pregare e ci viene in mente che il nostro fratello (individuo, categoria sociale, popolo povero del mondo) ha qualcosa contro di noi, dobbiamo prima andare a riconciliarci con lui, e poi allora andare a pregare. 1995 Il Messico in guerra contro il Chiapas (di Maurice Lemoine; Le Monde Diplomatique, marzo 1995) A qualche chilometro dal clima pesante di Las Margaritas, l'ultimo sbarramento dell'esercito federale messicano si apre su una pista sassosa. Dopo una svolta della strada in terra rossa sorge la prima postazione dei ribelli. Uniformi grigioverdi, facce a metà coperte dai paliacate (fazzoletti rossi), fucili di calibro rispettabile. Conciliaboli. Autorizzazione a proseguire. I fari non mollano la pista, sempre più ripida e dissestata. NON ISOLIAMO SAMUEL RUIZ. Il 4 novembre scorso il gruppo paramilitare priista "Pace e Giustizia" ha attentato a Tila (Chiapas), con un'imboscata, la comitiva comprendente i vescovi Samuel Ruiz Garcia (presidente pure della Commissione Nazionale di Intermediazione- CONAI) e Raul Vera Lopez, nella quale sono risultati feriti da arma da fuoco i contadini José Pedro Perez P., José Vazquez P., e Manuel Perez P. Due giorni dopo la signora Maria de la Luz Ruiz Garcia, sorella del vescovo Samuel Ruiz, e' stata accoltellata durante una seconda imboscata, dentro la sua casa. Questi attentati rappresentano l'ennesimo intimidazione nei confronti di chi e' vicino alla lotta che gli indios zapatisti stanno conducendo. Dal canto nostro questi attentati ci fanno ritornare alla mente la morte annunciata di Monsignor Oscar Romero in Salvador, il quale, come suo fratello Ruiz, aveva scelto di stare dalla parte di coloro a cui vengono negati la dignita', la liberta' e la giustizia.
Natale di orrore in Chiapas
Ha accusato un capo militare a titolo personale Il comandante della Settima Regione Militare, generale José Gómez Salazar, ha accusato oggi a mezzogiorno il vescovo di San Cristóbal de Las Casas, Samuel Ruiz García, di essere "coinvolto" con l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). A mezzogiorno, intervistato nel dopo aver presentato ai mezzi di comunicazione l'armamento, gli equipaggiamenti di radiocomunicazione, le divise e diversi documenti che - ha assicurato - sono appartenute all'EZLN, Gómez Salazar ha detto che l'Esercito Messicano manterrà i pattugliamenti in tutto il Chiapas, con il proposito di applicare "indiscriminatamente" la Legge Federale sulle Armi da Fuoco. Gli equipaggiamenti e i documenti probabilmente zapatisti sono stati rinvenuti a Yolchiptic, municipio di Altamirano, e secondo il generale Gómez Salazar, sono prove del coinvolgimento di Ruiz García nel movimento guerrigliero. Alcuni dei documenti ritrovati sono, tra altri, il libro dei Los derechos de los hombres y las mujeres, di Carlos Lenkersdors, edito nel 1996 dalla diocesi di San Cristóbal in lingua tojolabal, che contiene diversi "aspetti della dottrina della Teología di Liberazione adattate alle tradizioni delle etnie chiapaneche", così come i tomi I e II del libro Por el bien de Jesucristo, hermanos, di Samuel Ruiz García, edizioni Lacastalia di San Cristóbal, scritto in 1993, anche in tojolabal. Da La Jornada dell'8 giugno 1998
SAMUEL RUIZ ANNUNCIA Ieri notte Mons. Samuel Ruiz, vescovo di San Cristobal de Las Casas, ha annunciato in una lettera la sua riunucia alla presidenza della CONAI e lo scioglimento di questa istanza di mediazione che da anni lavora per una soluzione pacifica al conflitto del Chiapas. Le motivazioni principali che hanno condotto la CONAI a questa decisione sono "l'evidente abbandono da parte governativa del percorso del dialogo, secondo il modello osservato al tavolo di San Andrés e per la decisione del governo di eseguire unilateralmente quanto accordato invocando un dialogo diretto senza necessità di alcuna mediazione". Il gruppo degli ex membri della Conai hanno esortato la società civile del Chiapas, del Messico e del Mondo, le forze politiche del paese, perché assumano un ruolo più attivo che "freni le strategie di guerra del governo e favorisca una pace giusta e con dignità, che non potrà essere possibile senza il rispetto dei diritti collettivi dei popoli indigeni e un avanzamento significativo per la riforma dello Stato e la transizione alla democrazia". La segreteria di Governo (il ministero degli interni messicano) ha ribadito che continuerà a cercare la via diretta al dialogo e il negoziato con l'EZLN mentre riguardo alle dimissioni di Samuel Ruiz e lo scioglimento della Conai l'ufficio governativo per le questioni religiose ha assicurato che per quanto riguarda la persecuzione religiosa le affermazioni del vescovo sono "carenti di verità e tendenziose oltre che false e dolose". Afferma che le distanze col presidente della Conai sono politiche e non pastorali e che il vescovo ha promosso l'ingerenza degli stranieri nelle questioni nazionali".
Samuel Ruiz lascia, per raggiunti limiti di età, la diocesi di San Cristobal de Las Casas.
1999
SULLE INIZIATIVE DURANTE IL SUMMIT DEI G8 A BIRMINGHAM 16/17 MAGGIO E L'INCONTRO A GINEVRA DEL WTO ( ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO) LA PROPOSTA DELLA TEOLOGIA INDIA PER IL TERZO MILLENNIO ELEAZAR LÓPEZ HERNÁNDEZ
Facendo seguito ai due interventi di mons. Samuel Ruiz sulle "culture indie e il soffio dello Spirito (ottobre e novembre ’98), presentiamo il contributo di un teologo tra i più impegnati nella "teologia india", appartenente al popolo zapoteca di Tehuantepec, Messico. La cultura indigena è diventata un riferimento obbligato per quanti desiderano un mondo più giusto per il futuro.
A dieci anni dalla morte di mons. Leonidas Proaño, scorgiamo più chiara la "risurrezione indigena" da lui profetizzata: gli indios "hanno cominciato ad aprire gli occhi e vedere; hanno iniziato a sciogliere la loro lingua e recuperare la loro parola con coraggio; hanno cominciato ad alzarsi in piedi e camminare; hanno cominciato a organizzarsi, a porre atti che saranno di enorme importanza per loro, per i paesi dell’America e per il mondo".
Ci troviamo, come ha detto un altro profeta, mons. Samuel Ruiz, in un kairós che ci scuote e ci dà vita nuova. Possiamo affermare che la Ruah della Genesi aleggia di nuovo sopra il caos attuale, per trasformarlo in seno materno che generi forme più umane di vita. Noi indios avvertiamo questo passaggio creatore e liberatore di Dio tra noi. Per la forza dello Spirito che ci muove, possiamo camminare senza paura sulle acque del neoliberismo, come fece il Signore Gesù sul mare agitato di Genezaret. E possiamo invitare altri fratelli a camminare con noi sopra le onde minacciose dei tempi moderni: possiamo far sì che Cipactli, energia del caos originario, si trasformi di nuovo in montagne solide, in fiumi e lagune feconde. CI SONO MOTIVI DI SCORAGGIAMENTO, MA SIAMO POPOLI DI SPERANZA LA PAROLA DEGLI INDIOS ORA È ASCOLTATA SUL TEPEYAC ABBIAMO COLTIVATO FIORI GODIAMO DEI NOSTRI FIORI: LA FESTA CONDIVIDIAMO I NOSTRI FIORI LA "CASA GRANDE" ELEAZAR LÓPEZ HERNÁNDEZ
NON SIAMO UN PROBLEMA Nel Terzo incontro di teologia india, a Cochabamba nell’agosto 1997, abbiamo affermato che la presenza indigena è come un’oasi di spiritualità, capace di portare freschezza e vita nella siccità strutturale che ci domina. Noi indios siamo popoli di speranza: speranza che, invece, si è andata esaurendo nel cuore del sistema dominante. LA RESISTENZA DEI POVERI Agli occhi della fede, la risurrezione degli indios è una prova che Dio è dalla parte della causa india. È l’esperienza che Mosè ha fatto di Dio nel deserto, con il roveto che bruciava. I rovi sono quasi l’unica pianta che riesce a vivere nel deserto: sono il simbolo dei popoli nomadi, in un certo senso di tutti i poveri.
CHIAPAS: MONSIGNOR RUIZ LASCIA, SUBENTRA ESQUIVEL Fino a qualche mese fa mons. Ruiz, che ha compiuto 75 anni nel novembre scorso, avrebbe dovuto essere sostituito da mons. Raul Vera Lopez, dal '95 vescovo coadiutore di San Cristobal de las Casas. Secondo il diritto canonico, infatti, il coadiutore ha diritto di successione quando l'ordinario della diocesi va in pensione. Mons. Vera Lopez, ritenuto un conservatore al suo arrivo a san Cristobal, si era presto allineato con l'impegno di mons. Ruiz in difesa degli indigeni del Chiapas. Un impegno non sempre compreso in certi settori della Chiesa e contrastato dai poteri forti messicani. In Chapas, la Chiesa locale mortificata dal Vaticano Giovanni Paolo II ha trasferito ad altra Diocesi del Nord del Messico il vescovo Raul Vera Lopez , da tempo nominato coadiutore con diritto di successione, di Mons. Samuel Ruiz, Vescovo di San Cristobal de Las Casas da poco dimissionario per il compimento del settantacinquesimo anno di età. E’ ben noto che il vescovo coadiutore Vera Lopez era stato inviato dal papa per tentare di "normalizzare" la pastorale di Mons. Samuel Ruiz, considerato troppo incline a legittimare azioni di riscatto religioso, sociale e politico delle popolazioni indigene, da secoli emarginate e recentemente oggetto di attacchi e repressioni da parte di latifondisti della regione, da forze paramilitari, dall’esercito, dal governo centrale messicano e da settori conservatori della Chiesa cattolica. In questo contesto la nomina del successore di Samuel Ruiz assume un significato generale che va oltre la stessa situazione messicana e che riguarda gli stessi orientamenti generali dei vertici della Chiesa nel suo rapporto coi popoli indigeni e con le legittime azioni di riscatto sociale e politico di popolazioni da secoli emarginate . La decisione del papa di rimuovere Mons. Vera Lopez dalla diocesi cui era stato destinato, solleva inquietanti domande da parte di quanti concepiscono la Chiesa come una comunità di fratelli e di sorelle che hanno la Trinità come modello di relazionalità amorosa e paritetica. Queste decisioni papali, preparate nel più assoluto segreto e prive di qualsiasi tipo di convincenti spiegazioni, sono oggettivamente in linea con i sistemi secolari più dispotici e irrazionali; Questa tradizione è confermata dal primo testo canonico della fine del primo millennio l’ Opus decretorum che ribadisce che : " nessun vescovo sia dato ai fedeli per forza: si cerchi il desiderio e il consenso del clero, del popolo e dei notabili". ll Movimento "Noi Siamo Chiesa" auspica che il papa ritorni sulla decisione presa e che la Diocesi di San Cristobal possa avere il Pastore che unanimemente attendeva in modo che sia garantita la continuità della pastorale indigena e dell’azione a favore della ricerca di ogni possibile equa soluzione al conflitto in corso tra movimento zapatista e governo messicano in uno spirito di giustizia e di pace Roma 5 Gennaio 1999 http://www.we-are-church.org/it/attual/chiapas%20def..htm CHIAPAS, LA RESISTENZA CONTINUA Nonostante il silenzio dei media, il conflitto in Chiapas non è diminuito di intensità. E' necessario che la comunità internazionale intervenga affinché il governo messicano riconosca quell'autonomia politica e culturale chiesta dal movimento zapatista. di Aldo Zanchetta Nel febbraio del 1996, due anni dopo l'inizio della ribellione degli indigeni maya del Chiapas, a San André de los Pobres veniva siglato fra l'esercito zapatista ed il governo messicano un accordo sul primo dei quattro "tavoli di discussione", ovvero su "Diritti e cultura indigena" che apriva la strada ad un'intesa sul tema ben più scottante di "Politica e democrazia". Sette mesi più tardi , di fronte alla chiara volontà del governo di non applicare quanto firmato e di non procedere verso ulteriori accordi, la delegazione zapatista, dopo una accurata consultazione in tutti i villaggi, si ritirava dai colloqui ponendo precise condizioni per una eventuale ripresa: attuazione degli accordi raggiunti, presentazione da parte del governo di un documento sul secondo tema in discussione, nomina di una commissione governativa dotata di effettivi poteri, liberazione dei prigionieri politici zapatisti, alleggerimento della pressione diretta o indiretta dell'esercito sulle comunità zapatiste. Per tutta risposta il governo bocciava il disegno di legge preparato dalla "Commissione congiunta zapatisti-governo", e presentava una proposta alternativa agli accordi già firmati, stravolgendone il contenuto ed intimando agli zapatisti di tornare al tavolo di trattativa senza condizioni preventive. Il processo di pace subiva dunque un arresto: anzi, il 22 dicembre 1997 una banda paramilitare, cui la polizia e l'esercito avevano fornito armi e istruzioni, massacravano a Acteal più di quaranta indigeni della comunità "Le api", in maggioranza donne e bambini, sorpresi in un digiuno di pace giunto al terzo giorno. Si trattava certo di simpatizzanti zapatisti, ma non di gente direttamente implicata nella insurrezione: in più, erano fortemente legati alla Diocesi di San Cristobal de Las Casas. STRAGE Con la "strage di Acteal" aveva inizio una escalation nella guerra di bassa intensità e si iniziava quella che molti osservatori hanno definito "guerra di media intensità" e che avrebbe portato all'evacuazione di interi villaggi terrorizzati ed agli ulteriori massacri, come quello di San Juan del Bosque nel giugno scorso. Durante questo periodo di silenzio ufficiale la resistenza indigena assumeva forme concrete di autogoverno nelle comunità e dava vita in una sequenza apparentemente inarrestabile alla proclamazione di trentasei "municipi autonomi" ove si attua di fatto il contenuto degli Accordi di San Andrè, processo che il governo bloccava temporaneamente con la forza, attaccando un ulteriore municipio dichiaratosi autonomo e arrestando per il momento la loro proliferazione. Nel frattempo il Presidente della "CONAI" (la "Commissione nazionale di intermediazione"), Mons. Samuel Ruiz, visti senza risultato i suoi sforzi e considerando i violenti attacchi personali subiti dal governo, presentava le dimissioni e la Commissione stessa si autoscioglieva. CONSULTAZIONE Ricorrendo ancora una volta alla propria capacità immaginativa ed operativa, nel settembre scorso gli zapatisti rompevano il lungo silenzio e si appellavano alla "società civile" invitandola ad un dialogo diretto sul contenuto degli accordi, invitando ad una "consulta", cioè ad una specie di referendum (in Messico l'istituto del referendum popolare non esiste). Una prima riunione preparatoria della consulta ha avuto luogo a fine ottobre a San Cristobal, con la partecipazione di 20 comandanti indigeni dell'EZLN (esercito zapatista di liberazione nazionale) all'uopo delegati assieme a circa 3000 indigeni zapatisti e con la partecipazione di 3500 rappresentanti di varie organizzazioni civili messicane e con la presenza della COCOPA (la commissione parlamentare istituita nel febbraio 1995 nell'intento di ristabilire "concordia e pacificazione" in Chiapas). ARMI L'incontro si è concluso con una sorprendente iniziativa zapatista: in una data non ancora resa pubblica, ma che presumibilmente è molto vicina, 2.500 missioni zapatiste, composte ciascuna da un uomo e da una donna e già nominate, viaggeranno verso i 2.500 municipi in cui è articolato il paese, per interrogare direttamente i cittadini circa la applicazione o meno degli "Accordi di San André". Non è difficile immaginare il contenuto altamente democratico di questa iniziativa dal basso, come non è difficile immaginare gli ostacoli che il governo federale ed i singoli governi statali frapporranno per far fallire l'iniziativa. Quando questo servizio andrà in stampa l'evento si sarà forse già compiuto. Se l'iniziativa dovesse fallire a causa del governo, gli osservatori più accorti non nascondono il timore che la parola tornerà alle armi. Per questo la mobilitazione ancora una volta dei simpatizzanti zapatisti messicani come di quelli sparsi nel mondo potrà avere un peso significativo. Ma è certo che secondo quali saranno le mosse governative esse potranno ulteriormente confermare che il Governo ha scelto irrevocabilmente la soluzione militare. Forte del "trattato di libero commercio" con l'Unione Europea e nella logica della campagna preelettorale ormai in pieno svolgimento (anche se le elezioni sono programmate per il 2000), il partito che da 70 anni è al governo (il PRI, Partito Rivoluzionario Istituzionale), sottoposto a faide interne, invischiato in scandali giganteschi, incluso il narcotraffico, e sempre più delegittimato di fronte all'opinione pubblica, potrebbe reagire come il toro ferito delle corride tanto care ai messicani, attaccando a testa bassa.... SOLIDARIETA' La solidarietà zapatista in Europa in questi mesi non ha cessato le proprie pressioni sui governi e sui parlamenti, ha proseguito ad inviare osservatori nei "campi di pace", ed era presente con molti delegati al recente incontro di San André. Dal canto loro i governi ed i parlamenti dei paesi europei hanno proseguito imperterriti nelle ratifiche nazionali degli accordi siglati l'8 Dicembre 1997 fra Comunità Europea e Governo messicano, appena 14 giorni prima della strage di Acteal, a conferma che la clausola sul rispetto dei diritti umani, pudicamente inserita nel trattato in termini puramente declamatori, è pura facciata. Il Senato italiano ha proceduto alla ratifica all'inizio di ottobre mentre la Camera si appresta a farlo nelle prossime settimane. La Comunità Europea, al termine delle ratifiche nazionali, procederà alla ratifica ufficiale ad aprile del 1999. In un "forum" organizzato recentemente a Venezia, tre rappresentanti messicani, un rappresentante della Diocesi di San Cristobal, un parlamentare messicano del "Partito Rivoluzionario Democratico", insieme ad un giornalista de "La Jornada", hanno sostenuto la richiesta che la clausola sul rispetto dei diritti umani venga rielaborata con l'inclusione di strumenti operativi precisi senza i quali questa resterà come foglia di fico rituale. Il rappresentante del Ministro degli Affari Esteri, pur compiendo una panoramica esauriente della situazione esistente in Messico, ha ripetuto le tesi già note e comuni ai vari governi europei: dobbiamo far entrare in vigore il trattato commerciale UE/Messico così com'è , perché solo dopo avremo titolo per intervenire. I partiti politici italiani erano stati invitati al seminario, ma non si sono fatti vedere. Pablo Romo, del "Centro Derechos Humanos Fray Bartolomè", ha insistito perché la clausola dei diritti umani venga allargata al riconoscimento delle associazioni di base come parte integrante di un futuro "Osservatorio" sulla democrazia e lo stato di diritto in Messico. CHE FARE Da tempo alcuni coordinamenti di sostegno alla lotta zapatista indicano, fra le altre manifestazioni di solidarietà in atto, una via che, superando l'inerzia delle istituzioni verso la tragica situazione degli indigeni del Chiapas (e delle altre etnie messicane, che nel loro insieme includono oltre dieci milioni di indigeni) porti all'approvazione di patti di amicizia fra municipi autonomi zapatisti e amministrazioni comunali o provinciali italiane (i gemellaggi ufficiali non sono possibili perchè i municipi autonomi non sono riconosciuti dallo stato messicano e italiano). Un appello in tal senso è venuto dal Comune di Palermo, mentre Cinisello Balsamo ed Empoli hanno già proceduto su questa strada. Questa rete di patti di amicizia potrebbe avere un peso politico significativo sia di fronte al governo italianoche a quello messicano. http://www.manitese.it/mensile/199/chiapas.htm
In questi tempi di paura e rassegnazione diffusa in tutto il mondo, il Chiapas potrebbe diventare per noi una fonte di speranza. Alla disoccupazione, allo smantellamento dei diritti sociali già acquisiti e alla globalizzazione senza limiti dell’economia, questo pugno di indios oppone i suoi valori, sperimentati nel corso di numerosi secoli di vita comunitaria e di solidarietà. Noi proviamo per loro un sentimento di parentela nello spirito come in una grande famiglia. Due testi di mons. Samuel Ruiz, già vescovo di San Cristobal de las Casas in Chiapas (Mexico) Monsignor Samuel Ruiz, già vescovo di San Cristobal de las Casa in Chiapas, è intervenuto venerdì 17 novembre, alla trasmissione microfono aperto di Radio Popolare, anticipando alcuni dei temi che verranno trattati durante O la borsa o la vita, terzo convegno internazionale del Coordinamento comasco per la Pace, in programma dal 17 al 19 novembre 2000 a Cantù. Di seguito riportiamo l’intervista rilasciata da monsignor Ruiz durante la trasmissione. Ci può raccontare la situazione dell'esercito zapatista di liberazione nazionale che in questo momento, almeno qui in Europa, sembra in un momento di calma apparente? Un nuovo presidente, una nuova partecipazione della gente. Ma in questa situazione la violazione dei diritti umani, le violenze, le azioni delle squadre paramilitari, continuano? Monsignor Ruiz, lei sta combattendo da quarant'anni per i diritti delle popolazioni indigene: il Vaticano cosa fa? La chiesa messicana l'ha ostacolata oppure l'ha aiutata nel suo lavoro? Perché sappiamo che spesso ci sono state delle prese di posizione non certo favorevoli al suo operato. Come si esprime la fede dei suoi fedeli? Come si accompagna la liturgia della chiesa romana a quelli che possono essere invece riti che magari, agli occhi di noi europei, possono sembrare pagani e che invece appartengono alla tradizione indigena? Ci sono esperti che dicono che il papa ha nominato molti cardinali proprio nel Centro America e che probabilmente potrebbe essere lì che poi si vada a trovare un nuovo pontefice. Lei cosa ne pensa di queste speculazioni? Torniamo al primo giorno del ’94 e facciamo un viaggio nella memoria per rivivere il momento in cui c’è stata l'insurrezione da parte degli indigeni. Come se lo ricorda? Come lo può raccontare? La lotta dell'Ezln e tutto quello che è successo in Chiapas hanno avuto un’eco internazionale incredibile, eppure di popoli oppressi ce ne sono tanti, anche in altre regioni del mondo. Secondo lei perché tanto clamore per il Chiapas? Un’altra domanda che va nella stessa direzione. Il subcomandante Marcos è stato presentato spesso, e anche i suoi scritti sono apparsi spesso su molte riviste italiane, come un filosofo. Ci sono suoi trattati che sono molto duri e molto interessanti, per esempio, contro il fenomeno della globalizzazione. Anche questo è un fenomeno che viviamo soltanto noi, com’è invece da voi? L’esperienza del Chiapas può essere un’esperienza pilota per tante altre situazioni. Noi sappiamo che la globalizzazione, e non soltanto, ma tutto il lavoro che stanno svolgendo le multinazionali, per esempio in centro latino-America, porta spesso a raccontare notizie di rivolte proprio da parte dei campesinos o addirittura dei cocaleros che comunque vengono vissute qui in una maniera diversa, ma bisognerebbe raccontare, perché si sollevano proprio così, con scioperi, con agitazioni, perché quella è la loro terra, è la loro principale fonte di guadagno, non soltanto, ma tutto lo strato degli umili, degli oppressi viene a galla. Ci sono spesso questi movimenti sociali che vengono repressi con la forza e vengono repressi invece, dal punto di vista economico, attraverso il meccanismo della multinazionale della globalizzazione. "Una delle novità che bisogna segnalare, è che questo è un movimento differente, perché per la prima volta, loro, i guerriglieri, non hanno voluto prendere l’autorità, prenderne il governo, ma fare pressione affinché la popolazione civile, con la loro partecipazione attiva politica, potesse fare lo scambio verso una situazione transitoria per arrivare finalmente ad un governo più democratico. E questa è una situazione del tutto differente da quelle che si sono svolte prima." Lei incontrerà proprio in queste giornate molti giovani, che cosa racconterà della sua esperienza, di questi quarant’anni? Rimangono i poveri, rimane Dio, rimane la liberazione. Questo è l’anno giubilare, qui in Italia la Tv e i mass media hanno riempito pagine e immagini sullo schermo di tante celebrazioni romane, il giubileo dei giovani, un giubileo per ogni categoria sociale. Questo giubileo, (è una sensazione nostra perché abbiamo il Vaticano?), che ci ha bombardato è un giubileo che arriva anche a San Cristobal? Lei ad un certo punto ha rimesso il mandato per limiti di età: che cosa fa oggi Samuel Ruiz? Lei è ottimista per quello che può accadere in Chiapas?
L'intervento di Samuel Ruiz, già vescovo di San Cristobal de las Casa in Chiapas, svolto nella mattinata di sabato 18 novembre al Terzo convegno internazionale del Coordinamento comasco per la Pace a Vighizzolo di Cantù "La speranza per il futuro viene dai poveri, dagli indigeni e dai contadini. Sono loro che costruiscono il domani e cambiano il sistema economico che sta esplodendo, che modificano un sistema politico che esclude ed un sistema sociale che nega la dignità umana. Come recitano gli accordi di Sant'Andres:
PREMIO NOBEL PER LA PACE 2001 PER SAMUEL RUIZ GARCIA Don Samuel Ruíz, vescovo emerito di San Cristóbal del las Casas, Stato del Chiapas, Messico, merita il premio Nobel per la pace. Vi preghiamo di sostenere la sua candidatura. L’assassinio di 45 persone, molte delle quali donne e bambini 3 anni fa, l’espulsione di molte organizzazioni straniere di difesa dei diritti dell’uomo così come i molteplici tentativi di attentati al vescovo di San Cristobal de Las Casas, Samuel Ruiz, la rottura delle negoziazioni di pace di San Andrés Larrainzar, l’incremento del numero dei soldati in Chiapas (70.000, circa la metà dell’intera armata messicana) rinforzano la nostra paura. Se nulla cambia, il Messico rischia di diventare in dieci o quindici anni una nuova Colombia malgrado la nuova presidenza di Fox. In particolare riteniamo che Don Samuel Ruíz sia il candidato ideale per il Premio Nobel della Pace 2001 per il percorso di pace che ha svolto in modo privilegiato mediante l’instancabile difesa dei Diritti Umani; per la metodologia di pace attuata che è quella della difesa e della costruzione della giustizia attraverso l’attenta conoscenza delle persone e del loro bagaglio culturale, della riconciliazione progettuale, del rispetto dell’identità e della dignità di ogni etnia; per l’importante ruolo di mediatore che don Samuel Ruíz ha avuto nei conflitti della regione del Chiapas; perché durante i suoi 40 anni di lavoro come vescovo del Chiapas, don Samuel ha costantemente promosso e sostenuto la tolleranza e il pluralismo come base prioritaria del dialogo ecumenico, non solo religioso ma soprattutto culturale tra i popoli; perché la pietra miliare del lavoro pastorale e sociale di don Samuel Ruíz e della comunità chiapaneca è l’opzione preferenziale per gli indigeni, in quanto rappresentanti in Chiapas di tutti gli esiliati, gli esclusi e i rifugiati del mondo, ma nel medesimo tempo, depositari di una visione del mondo profondamente consapevole, solidale, aperta alla vita e agli altri e non violenta. Dopo 6 anni, migliaia di cittadini europei e le Chiese si impegnano a salvare la pace in Chiapas. Queste migliaia di cittadini hanno sostenuto, con la loro firma, la prima candidatura al premio Nobel per la Pace del vescovo Samuel Ruíz. Altre migliaia hanno scritto al presidente messicano Zedillo. Don Samuel Ruíz – con gli indios del Chiapas e la società civile del mondo intero – ha dimostrato come una guerra aperta possa essere evitata. Ma la pace è molto, molto fragile. La nostra campagna per l’attribuzione del Premio Nobel per la Pace a Samuel Ruiz si propone di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale su questa regione minacciata. Per sostenere la candidatura invia la petizione che puoi scaricare qua sotto, con la Tua firma a:Istituto Nobel, Drammenstr. 19-8, OSLO 2 Norvegia e copia a: SAL – Solidarietà con l’America Latina – ONLUS Via F. Sacchetti 104 00137 Roma salonlus@tiscalinet.it oppure web.tiscalinet.it/salonlus/ http://www.saldelatierra.org/ruiz.htm
Lettera inviata dal Mons. Ruiz al Card. Medina
Dopo aver presentato il modello di diaconato seguito dalla diocesi, ed essersi soffermato sui compiti del diaconato, sulla sua formazione e anche sul ruolo della donna, Ruiz conclude: "Se vogliamo parlare con precisione e rigore, dopo 500 anni non ci sono sacerdoti indigeni; ci sono indigeni ordinati come sacerdoti, ma che nel processo della loro formazione" hanno subito l'imposizione di una "cultura estranea" con conseguente crisi di identità. "La riflessione che ha condotto la teologia degli indigeni (…) ci fa intendere l'ansia e l'opportunità (…) di dare una risposta a questa situazione esistente in tutto il continente". La risposta l'ha data invece il card. Medina Estévez, e di segno molto diverso. Al card. Medina Estévez Eminentissimo signore, È motivo di gioia per me avere l'opportunità di manifestarLe i miei voti perchè la Pasqua di Resurrezione illumini e guidi la Sua vita e tutte le attività che la Provvidenza del Signore Le ha affidato per contribuire all'annuncio e alla costruzione del suo Regno. Si aggiunga anche la circostanza della nomina del nostro successore, Mons. Felipe Arizmendi, ragion per cui abbiamo avuto un ritardo anche a causa della preparazione che queste cose richiedono. Non è stato semplice mettere insieme i dati e rispondere adeguatamente alle diverse domande che ci venivano poste. Vedo come segno della Provvidenza di Dio che ci sia ora un marcato interesse nei vari Dicasteri, poichè, dopo in Consiglio Ecumenico Vaticano II, questo tema è stato una preoccupazione pastorale in America latina. Il questionario che ci è stato inviato si concentra su uno dei due modelli del diaconato descritti nei documenti del Consiglio Vaticano II, precisamente quello che si trova nel documento Lumen Gentium, in cui si parla del discernimento che opera il vescovo nella scelta dei candidati al diaconato in base all'osservazione o alla conoscenza che ha di loro. Questo è stato il modello seguito da questa diocesi. Secondo questo documento, si evidenzia la manifestazione di un servizio di carità esercitato nella comunità, al di là della preparazione intellettuale. Così nel nostro Sinodo è rimasta segnalata la procedura: "I candidati e i diaconi saranno proposti, secondo il costume do ogni regione, dalle comunità - insieme alle loro mogli, se sono sposati - agli operatori pastorali che lavorano nel ministero della coordinazione e animazione, e questi a loro volta li presenteranno la vescovo per la scelta…". "Spetta al Vescovo discernere personalmente sui candidati proposti dalle comunità, eleggere, nominare legittimamente e ordinare I diaconi con l'imposizione delle mani…" (III Sinodo Diocesano, Diocesis de San Cristóbal de Las Casas, numeri 414 e 415). Tutto questo fa sì che le domande ricevute, entrate sul primo modello, ricevano una risposta corrispondente al modello descritto nel documento Ad Gentes che ha regolato il nostro cammino diaconale diocesano. Questo sistema è stato applicato alla nostra diocesi immediatamente dopo il Concilio. Pertanto non è un lavoro recente o affrettato; ma ha avuto una lunga preparazione. Dopo il Concilio è andato maturando il cammino e la coscienza della comunità E' tangibile il forte aumento dell'espressione della vita cristiana in quelle comunità dove da almeno un anno opera un diacono permanente. Aggiungiamo una cosa molto importante: nella nostra diocesi, la vocazione al diaconato permanente, o la segnalazione da parte della comunità per l'ordinazione, comportano una disponibilità al martirio. La nostra diocesi è una diocesi perseguitata: otto sacerdoti stranieri sono stati espulsi dal nostro paese; da più di due anni sono chiuse 28 chiese, alcune per mano dell'esercito, altre da parte di persone appartenenti al partito ufficiale. Dopo le ultime decisioni prese dalla Santa Sede, secondo quanto avevamo previsto (oltre alla delusione generata verso la Chiesa in numerose parti del mondo), si è acutizzata la persecuzione nei confronti dei catechisti, dei diaconi, e degli operatori pastorali. Pochi giorni fa sono stati assassinati due catechisti. Accettare il diaconato significa accettare anche il martirio: dare la vita per la fede e la giustizia. D'altra parte, nella prospettiva del diaconato secondo il documento Ad Gentes, il numero dei diaconi è in relazione con il riconoscimento della testimonianza di carità manifestata nella comunità. Siamo, pertanto, nella prospettiva di ciò che definisce il Concilio; il sorgere di una chiesa autoctona in Chiapas richiede il riconoscimento di una cultura che è stata benedetta anche dalla presenza rivelatrice di Dio, come l'apostolo Paolo indica nel discorso degli Atti degli Apostoli, là dove segnala che Dio ha permesso, manifestandosi in ogni popolo, un cammino di redenzione salvifica e, giunto il momento storico, convoca perchè si costituisca, percorrendo cammini differenti, un popolo di Popoli, diversificato; non un popolo come quello ebreo, popolo eletto, che aveva una sola cultura ed una sola etnia: qui si tratta di un popolo di popoli, come la manifestazione dello Spirito Santo nella Pentecoste (cfr. At 14, 16 ss). Pertanto avendo iniziato questo lavoro dopo il Concilio, ed essendomi toccata la grazia di essere in un dato momento alla Presidenza del Dipartimento delle Missioni del CELAM, abbiamo avuto l'opportunità di percepire, di vedere, che questo movimento di ricerca diaconale si è impiantato in altre Chiese del Continente con diverse espressioni. Possiamo segnalare il cammino della Bolivia, o il cammino dell'Ecuador, dove il sorgere di ministri, di sacerdoti e di vescovi incarnati, a partire dalla propria cultura, indica una ricerca della comprensione più ampia di ciò che significa l'incarnazione della Chiesa nelle culture. "Così è necessario che dal seme della Parola di Dio si sviluppino Chiese particolari autoctone, fondate dovunque nel mondo in numero sufficiente, Chiese che, ricche di forze proprie e di una propria maturità e fornite adeguatamente di una gerarchia propria, unita al popolo fedele, nonchè di mezzi consoni al loro genio per vivere bene la vita cristiana, portino il loro contributo a vantaggio di tutta quanta la Chiesa (…). In questa attività missionaria della Chiesa si verificano, a volte, condizioni diverse e mescolate le une alle altre: prima c'è l'inizio, la fondazione, poi il nuovo sviluppo o periodo giovanile" (Ad Gentes, n. 6). Quando il Cardinale Rossi, che presiedeva la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, visitò la nostra Diocesi, dopo aver conosciuto un pò la nostra situazione, gli rivolgemmo una domanda concreta: cosa pensava dell'ordinazione di sacerdoti indigeni, dal momento che, per esigenza culturale, il sacerdozio è concepito da loro soprattutto come sacerdozio uxorato, in quanto, nelle loro categorie culturali, solo quelli che hanno avuto una esperienza nella più piccola struttura della società, che è la famiglia, possono esprimere una parola autorevole nella comunità. E lui ci rispose: "ci sono domande che non si devono fare alle autorità, ma voglio dirvi in forma confidenziale: eseguano I vescovi in America latina I compiti che il Concilio Ecumenico Vaticano II riconosce loro". Per noi si è trattato di una chiara indicazione e in vari Paesi molti vescovi hanno pensato di prendere una decisione in relazione a questa indicazione conciliare. Ma è prevalsa l'osservazione che mancava una sufficiente maturità nelle comunità indigene e nelle Chiese particolari. Per questo non si è proceduto, nonostante l'appoggio di una autorità come quella menzionata. Dopo 500 anni, nel continente latinoamericano riemerge l'indigeno come soggetto della propria storia, come hanno riconosciuto il Santo Padre e latre istanze. Urge allora che sorgano le Chiese autoctone, poichè la prima evangelizzazione del continente ha generato una lacerazione nell'identità culturale dell'indigeno e dato che la cultura occidentale fu imposta, senza aver mediato tra Vangelo, religioni e culture indigene, come unico veicolo per vivere e professare la fede. Si sta preparando, a partire dalle citate posizioni del Concilio, una forte ricerca dell'identità culturale e del dialogo tra la religione cristiana e le religioni precolombiane. Questo è, pertanto, un momento di grande importanza storica per la Chiesa universale che dovrà affrettarsi affinchè il sorgere di Chiese autoctone eviti di riprodurre la stessa frattura dell'dentità culturale avvenuta con la evangelizzazione del continente. E' all'interno di questa prospettiva che Monsignor Julio Cabrera, presidente del secretariato pastorale indigeno del CELAM (SEPAI), ha inteso il diaconato permanente, quando ci ha inviato la sua parola di incoraggiamento alla riunione diaconale svoltasi a Palenque nel marzo del 2000: "Sono gli stessi diaconi, i leaders e i loro accompagnatori che dovranno mantenere questa fedeltà: da una parte, a ciò che Cristo ha fatto e che oggi è vivo nelle culture; dall'altra dovranno lavorare perchè la Chiesa diocesana cresca sempre di più come una Chiesa autoctona e così aumenti e si rafforzi l'unità e la cattolicità della Chiesa" (cfr. Anexo:25 anni di diaconato indigeno permanente, Monsignor Julio Cabrera, 4° paragrafo). Sulla figura ministeriale del diacono E' evidente che il ministero diaconale in questa diocesi, come in qualunque altra, deve essere concepito all'interno della figura della missione diaconale, come è nata nella Chiesa primitiva, nella quale furono scelti, dalla comunità, uomini che venivano presentati agli apostoli perchè, dopo l'imposizione delle mani, prestassero il loro sercizio all'altare, ma provvedessero anche alla distribuzione dell'alimento spirituale, che era la predicazione della Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II restituisce alla Chiesa occidentale il diaconato; ma, grazie all'intervento dei vescovi africani, si è riflettuto sul valore delle culture, e così si è indicata l'esigenza dell'incarnazione delle Chiese in esse, affinchè non ci siano solo diaconi, ma anche sacerdoti e vescovi della propria cultura. "L'opera di costituzione della Chiesa in un determinato raggruppamento umano raggiunge in certa misura il suo termine, allorchè la comunità dei fedeli, inserita ormai profondamente nella vita sociale e in qualche modo modellata sulla cultura locale, gode di una salda stabilità: fornita cioè di una sua schiera, anche se insufficiente, di clero locale, di religiosi e di laici, essa viene arricchendosi di quelle funzioni ed istituzioni che sono necessarie perchè il popolo di Dio, sotto la guida di un proprio vescovo, conduca e sviluppi la sua vita" (Ad Gentes, n. 19). Le caratteristiche del diaconato permanente in questa diocesi sono rimaste fissate in uno sforzo di redazione che riflette la nostra pratica, ai numeri 121-152 del nostro Direttorio diocesano per il diaconato indigeno permanente, che qui si allega, ancora una volta, per la Santa Sede. Sui compiti del diaconato I diaconi della nostra diocesi rispondono all'esigenza di una Chiesa autoctona. I loro compiti sono quelli definiti dallo stesso diritto canonico e rispondono al bisogno e alle richieste della comunità: celebrano il sacramento del battesimo, assistono al sacramento del matrimonio con le dovute licenze, diffondono la Parola di Dio e distribuiscono l'Eucarestia nelle comunità. Quest'ultima cosa ha favorito una forte crescita delle comunità che, nutrite con il pane eucaristico, hanno raggiunto una grande maturità cristiana. Soprattutto quelle comunità che per ricevere l'Eucarestia dovevano affrontare due o tre giorni di cammino (cfr. Direttorio diocesano per il diaconato indigeno permanente, 230-262). Sulla figura ministeriale del prediacono Prima di decidere l'ordinazione di diaconi permanenti nella diocesi, si è realizzato nelle comunità uno studio sui testi neotestamentari che trattano del diaconato. Lavoro che si è svolto nell'arco di un anno. Consapevoli che questo era un nuovo cammino all'interno della nostra Chiesa e seguendo allo stesso tempo le indicazioni del documento Ad Gentes sull' incarnazione di questo ministero nelle culture indigene. Così si è stabilito un periodo di sperimenrazione che è durato cinque anni (1975-1981); coloro che hanno vissuto questo periodo di discernimento sono stati chimati, nella nostra lingua, "prediaconi". A partire da questa esperienza ci si è resi conto che era arrivato il momento di istituire il diaconato permanente nella diocesi; questa fase si è conclusa con la loro ordinazione. E quelli che hanno iniziato posteriormente questa preparazione sono semplicemente candidati. Per abitudine si continua ad usare il nome di prediaconi, anche se in realtà sono dei candidati al diaconato. Anche questo è descritto nel nostro Direttorio sul Diaconato (cfr. 34 e 129-131). Sulle celebrazioni precedenti all'ordinazione dei diaconi Il rito utilizzato è stato preso dal rito dei sacramenti. Si è utilizzata la formula del rito per l'ordinazione dei diaconi e per l'istituzione di ministri straordinari della distribuzione della sacra comunione e per l'istituzione di lettori e accoliti. Se ne è fatta una traduzione e le comunità hanno apportato alcuni simvoli relativi all'assunzione delle cariche nella loro cultura: per esempio vecchi o leaders indicati dalla comunità che accompagnano sia il candidato che il diacono. E' evidente che tutto ciò che stiamo segnalando deve essere inteso nella prospettiva dell'incarnazione della Chiesa nella cultura, pertanto c'è un itinerario in cui le stesse comunità, a partire dalla loro riflessione, hanno indicato gli elementi significativi, e noi abbiamo operato un discernimento insieme alle comunità. Questo è descritto ampiamente nel Direttorio del Diaconato Indigeno Permanente, numeri 219-262. Sulla formazione del diacono Monsignor Raúl Vera López, nel periodo in cui è stato vescovo coadiutore di questa diocesi, ha dedicato particolare attenzione alla formazione, provvedendo, insieme alle comunità, che si svolgesse una salda preparazione teologica; ciò è stato portato avanti con notevole serietà, potendo contare sull'assistenza di teologi da noi approvati. E' importante segnalare che la nostra prospettiva non si basa sulla preparazione teorica e accademica che possono avere le persone, dato che il modello si basa sul servizio della carità emerso nelle comunità. Tuttavia, non si trascura questo aspetto, per quanto non sia fondamentale nel modello indicato dal documento Ad Gentes del Concilio Ecumenico Vaticano II (cfr. Dir. Dioc. per il Diac. Ind. Perm., 153-182, III Sinodo Diocesano, 418-422). Sul discernimento vocazionale Il discernimento vocazionale dei candidati avviene insieme alle comunità nelle quali esse hanno vissuto e servito. In questo modo la conoscenza della condotta del candidato e delle sue qualità per esercitare il ministero al quale è chiamato si basa sulla conoscenza che su di lui si ha fin dall'infanzia, sul suo servizio comunitario e sulla sua vita familiare, noti ai membri del suo nucleo sociale e religioso più vicino. Nelle comunità, soprattutto indigene, che sono piccole, si conoscono tutti e pertanto quelli che offrono un servizio sono realmente conosciuti. La comunità non sceglie mai una persona che non abbia l'approvazione di tutti, basata sulla sua disponibilità al servizio, manifestata per anni nella comunità. Le comunità rendono davanti a noi la loro testimonianza, anche scritta, raccolta sul sarvizio offerto dal candidato e sulle ragioni per cui è stato accettato dalla comunità. Non c'è confronto tra il grado di perseveranza e fedeltà la lavoro da parte dei diaconi della nostra comunità, rispetto a quello dei ministri nelle varie diocesi della repubblica. Gli errori umani naturalmente presenti non hanno una incidenza statistica considerevole, ma anzi irrilevante, perchè le comunità sanno quali sono le persone che si dedicano di cuore al loro servizio (cfr. Sinodo Diocesano, 424-431; Dir. Dioc. Per il Diac. Ind. Perm., 181-218). Sul Direttorio Diocesano per il Diaconato Quando pubblicammo il Direttorio ne inviammo una copia a questo scopo. Crediamo che rifletta una pratica in movimento chiaramente migliorabile in futuro. Non è una normativa per qualcosa che succederà ma il modo per fissare un cammino che la nostra diocesi ha portato a termine in una forma per lo più sistematica e proiettata in avanti. Questo Direttorio ci ha condotto ad una maggiore articolazione, a partire da cui si è stabilito il coordinamento diocesano del Diaconato Permanente, che garantisce una continuità e fedeltà a questo cammino in cui il Signore manifesta la sua volontà. Sappiamo che Dio non abbandona la sua Chiesa. Sul ruolo della donna La Chiesa, come ha espresso il Santo Padre nel suo recente Magistero, valuta la situazione della donna e tiene conto delle attuali condizioni storiche che non favoriscono la piena dignità della donna come figlia di Dio. Questo argomento ha meritato una attenzione speciale da parte del Papa. Evidentemente noi non potevamo permettere che il diaconato accentuasse una certa discriminazione della donna nella comunità, quale si può cogliere dalla prospettiva occidentale; per questo la donna è associata al suo sposo, che accompagna nella ricezione del sacramento. Secondo le comunità, accompagna lo sposo anche nel ministero che gli è stato affidato. Siamo cosciemti che lei non riceva l'ordinazione ma che, come sposa di un ministro, non può assentarsi; al contrario deve essere cosciente e accettare con grande convinzione l'azione del servizio che lo sposo esercita. Deve anche contribuire a tutto ciò che legittimamente si può fare in termine di collaborazione e appoggio (cfr. Dir. Dioc. Per il Diac. Ind. Perm., 132-137; 211-213). Sul clero nativo L'atteggiamento che sin da principio abbiamo avuto nella nostra diocesi per le condizioni di isolamento, distanza e altro in cui si trovava, è stato quello di considerarla una diocesi missionaria; sebbene questa parola assuma con il Concilio una dimensione di maggior trascendenza perchè non ci può essere una Chiesa dove la diocesi non si sviluppi. Quando arrivammo, quarant'anni fa nella diocesi del Chiapas, che comprendeva la diocesi di Tuxtla Gutierrez e l'attuale di San Cristóbal, avevamo tredici sacerdoti in una situazione di estremo isolamento, duro lavoro, mancanza di comunicazione, insicurezza e ristrettezze economiche. C'era una dimensione di povertà accettata e vissuta da parte dei sacerdoti, che, grazie a Dio, continua anche oggi. Queste condizioni sono state benedette da Dio attraverso una quantità di catechisti e altri ministeri laicali. Nella misura in cui il movimento indigeno di catechesi e di altri ministeri cresceva, generava una maggiore attività evangelizzatrice nelle comunità rurali indigene. Questa effusione dello Spirito ha fatto sì che i sacerdoti e le religiose che lavorano nella nostra diocesi prediligessero questi luoghi di missione, dato che qui sono più tangibili i frutti dell'evangelizzazione. Abbiamo più difficoltà a provvedere ai centri abitati dai meticci, dove esistono altre condizioni per il servizio della Parola di Dio. C'è sempre stata nella nostra diocesi una certa sproporzione tra il clero nativo e il clero che viene da altri luoghi; abbiamo approfittato della generosità delle comunità religiose. Nella nostra diocesi abbiamo un numero abbastanza bilanciato di clero secolare e regolare. In altre diocesi il numero di sacerdoti che non sono locali o persino stranieri supera il nostro. Il numero di vocazioni non indigene ha alle spalle un lungo cammino diocesano: ora il numero di vocazioni è molto più ampio. E questo malgrado le difficoltà, dato che il seminario interdiocesano, che si era costituito per circostanze storiche che non c'è bisogno di menzionare, è stato sciolto; nella diocesi l'esigenza di avere un seminario diocesano non era alla portata delle nostre possibilità, cosicchè abbiamo inviato I nostri candidati in altre diocesi perchè venissero formati lì. Lo sviluppo del Diaconato Indigeno Permanente profila con maggiore consistenza il fiorire di vocazioni sacerdotali, ma possiamo dire che, se le condizioni che si pongonoper erigere un seminario sono tali da superare le possibilità concrete di quelli che vivono in una cultura calpestata, negando con ciò l'accesso degli indigeni, ciò non significa che non vi siano vocazioni. L'esistenza di un numero considerevole di diaconi suscita ammirazione per il fiorire vocazionale di questo ministero ordinato. La provvidenza del Signore, che non abbandona il suo popolo, ci rivela che potrebbero esserci numerosi sacerdoti nativi se si riconsiderassero le condizioni che ora non sono adeguate alle possibilità concrete di tanti che avrebbero ed hanno la vocazione sacerdotale. Resta così in loro la convinzione che tali circostanze siano di carattere discriminatorio: sono indigeni e perciò non possono diventare sacerdoti (cfr. III Sinodo Diocesano, 441-452). Accogliamo con grande gratitudine le parole rivolte dal Papa, in numerose occasioni, alle comunità indigene o ad latri gruppi etnici nel mondo; consideriamo un frutto dello Spirito la richiesta di perdono per diverse situazioni storiche, pronunciata ultimamente durante il pellegrinaggio a Gerusalemme. Citava, in modo particolare, la repressione, la discriminazione e la mancanza di rispetto verso culture diverse da parte di quella occidentale. Questa parola del Papa è per noi consolante. Sul sostentamento economico dei diaconi Nella nostra diocesi i catechisti e i diaconi permanenti dipendono da sè stessi per il proprio sostentamento. Nessun catechista e nessun diacono viene remunerato per il proprio servizio alla comunità. Qualche volta le comunità si preoccupano di aiutarli nel lavoro dei campi, soprattutto quando essi partecipano ad alcuni corsi che li obbligano ad assentarsi per giorni dalla comunità. L'aiuto comunitario ai diversi ministri si intensifica soprattutto al tempo della semina e del raccolto perchè altrimenti si comprometterebbe gravemente l'economia familiare del catechista o del diacono e si metterebbe in pericolo la sua salute e quella della sua famiglia. Esiste una grande comprensione e sensibilità nelle comunità, ma nè i catechisti nè i diaconi sono remunerati per il loro servizio: è un servizio che offrono gratuitamente e si sostengono con il proprio lavoro (cfr. Dir. Dioc. Per il Diac. Ind. Perm. 267-272). Congedo Siamo coscienti che in questo momento storico si manifestano due eventi provvidenziali: l'emergere dell' in-digeno, in tutto il Continente, come soggetto della propria storia; e al tempo stesso la consapevolezza, in America latina, dell'urgenza che nascano Chiese autoctone nel Continente. Se vogliamo parlare con precisione e rigore, dopo cinquecento anni non ci sono sacerdoti indigeni; ci sono indigeni ordinati come sacerdoti, ma che nel processo della loro formazione sono privati della loro cultura e sottomessi ad una cultura estranea, con una conseguente crisi d'identità. In Guatemala si è verificato il fatto che vari sacerdoti abbiano lasciato il sacerdozio all'interno della cultura occidentale per vivere il proprio sacerdozio nella cultura indigena. Questo ha causato un grave problema non ancora risolto; ma rivela l'urgenza che una Chiesa autoctona risponda alla domanda d'identità dell'indigeno, che superi la dicotomia tra cultura nativa e cultura occidentale imposta. E' un momento storico di grande importanza in tutte le nazioni del Continente latinoamericano che hanno una presenza indigena significativa in questo momento. Al termine dei miei settantacinque anni di vita e dei quaranta di ministero episcopale in questa diocesi di San Cristóbal de las Casas, mi resta la profonda soddisfazione che questo lavoro non sia stato un lavoro isolato, ma svolto nello spirito del Concilio, in conformità con ciò che si fa in tutto il Continente. Così, la riflessione che la teologia degli indigeni ha condotto, dai versanti delle differenti confessioni, sulla fede precolombiana o sulla fede cristiana a partire dalle loro culture, ci fa capire l'ansia e l'opportunità presenti di dare una risposta a questa situazione che riguarda tutto il continente. Abbiamo parlato, brevemente, con il Cardinale Ratzinger e intravisto una luce nell'incarnazione della Chiesa o del Vangelo nelle culture indigene: che il nostro modello di sacerdozio ritorni al modello di sacerdozio vissuto da Gesù Cristo, sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec. Vi è l'impressione che il sacerdozio cattolico non abbia seguito la linea del sacerdozio suggerita da Melchisedec, anteriore al sacerdozio levitico. Alle origini il sacerdozio cristiano non si esercitò nel tempio di Gerusalemme, il cui velo si squarciò in due parti: l'Antico Testamento delle promesse, superato dal Nuovo Testamento del compimento di queste. L'Eucarestia si celebrò, come ricorda Paolo, in casa dei "discepoli del nuovo cammino". Crediamo che l'incarnazione della Chiesa nelle culture indigene ci consoliderà nella sequela del sacerdozio vissuto da Gesù Cristo: secondo l'ordine di Melchisedec. Al di là dei miei sforzi personali di dare una risposta puntuale ad ognuna delle domande, vi sono formulazioni più precise, sia nel Sinodo III Diocesano, che nel Direttorio del Diaconato permanente per gli indigeni. Timidamente, ma consapevolmente, riteniamo quest'ultimo come un modesto contributo per tutto il Continente. Siamo coscienti che l'esperienza che il Signore ci ha fatto vivere debba essere condivisa. Pe questo ritengo che anche la risposta alle domande che ci sono state rivolte debbano essere condivise come un'umile testimonianza con le Chiese del nostro Continente, che vivono le nostre stesse preoccupazioni. Ref.: Adista (Notizie, documenti, rassegne, dossier sul mondo cattolico e realtà religiose), anno XXXVI, Suppl. Al n. 5681, 1 aprile 2002.
![]() CHIAPAS, TERRA DI MITI E DI SPERANZA "...I racconti dei bambini del Chiapas rievocano storie che potrebbero essere di oggi come di tanti secoli fa, come di domani. In tutte affiorano i valori profondi dei quella vita semplice, gli unici valori capaci di sostenere e difendere davanti alle difficoltà ed alle ostilità della vita. Dalla prefazione di Samuel Ruiz Existen niños músicos y pintores.... RIGOBERTA MENCHU, GUATEMALA:
Samuel Ruiz Garcìa _____________________________________________________________________________ a cura di Per di Interlinea Argomenti correlati in
orti & giardini è emanazione e compimento del progetto di Interlinea , Rubrica dell'orientamento extrascolastico ........E se orientarsi significa, fondamentalmente, poter fissare un punto amabile dell'orizzonte, mettiamoci in cerchio affinché ognuno di noi possa scrutare un frammento dell'orizzonte che posto accanto ad un altro frammento ci consenta di delinearlo con maggiore chiarezza. Con "InterLinea con..." proveremo a collegare questi frammenti, a comunicarli e a renderli attivi per tutti coloro che, con 'zaino leggero' amano unirsi nell'avventura della ricerca. If finding one's way through this maze means setting our sights on a welcoming point in the horizon, let's all gather around a circle so that each one of us can pick out our own vantage point which, together with our neighbors', will bring our focus into clearer view. "On line with..." will attempt to gather all of these viewpoints together in a network of communication for all those who, lightly decked with knapsack, would like to join us on this discovery journey. p.s. ............Il Chiapas, lo stato più meridionale del paese è il più verde ma anche il più difficile da raggiungere ed è l'ideale per quei viaggiatori che cercano di cogliere l'ultimo sussulto rivoluzionario del millennio con la speranza di incontrare il sub comandante Marcos, l'uomo icona che lancia comunicati via internet dal suo rifugio nella Selva Lacandona. E' l'occasione per una visita a San Cristòbal de Las Casas, con il suo mercato, il museo di Santo Domingo e le due Chiese di Guadalupe e San Cristòbal che vantano le più belle viste sulla città, ma anche la base di partenza per un escursione verso uno dei più affascinanti siti archeologici; quello di Palenque. |